Undici Solitudini – Richard Yates

Richard Yates. contemporaneo ed amico di Carver, condivide con lui molto: dall’amore per le storie di realismo quotidiano, alla forma letteraria del racconto, dalla dedizione all’alcool, ad una vita difficile e ben poco agiata.

Tornato dalla guerra con una lieve forma di tubercolosi, finisce per passare diverso tempo in sanatorio, per poi attraversare, una volta dimesso, tutte le fasi classiche della decadenza del poeta romantico.

Si sposa, diventa padre, scrive, riceve rifiuti, ha problemi economici, cominciano dissapori coniugali, eccetera, eccetera.

In poche parole inizia la sua personale discesa verso un baratro esistenziale che cerca di descrivere nelle sue storie ricche di contenuti autobiografici.

Sono gli anni cinquanta e in America da un lato si afferma un certo stile di vita denominato American way of life, dall’altro si diffonde un senso di insicurezza generale che diventa terreno fertile sia per le rassicurazioni del presidente Eisenhower che per la caccia ai comunisti di McCarthy.

Tanti artisti e scrittori dell’epoca si schierano con una di queste parti, mentre altri intraprendono percorsi pieni di droga e di sregolatezza.

Yates non fa né un cosa né l’altra, ma decide di raccontare il conformismo del suo tempo attraverso situazioni quotidiane che nascono problemi di convivenza sia con se stessi che con gli altri.

La solitudine è il suo argomento principale.

Se il mio lavoro ha un tema, sospetto che sia un tema molto semplice.

Gli esseri umani sono irreparabilmente soli, ed è lì che c’è la loro tragedia.

Poco altro servirebbe conoscere per affrontare la raccolta Undici solitudini con cognizione di causa; tuttavia qualche dettaglio a cui prestare attenzione potrà fare comodo in fase di lettura.

A differenza di Carver, che racconta le sue storie come se fossero spezzoni di vita altrui sbirciate dalla finestra di una casa, dunque senza spiegare bene né il prima né il poi, Yates non è così minimalista nei suoi scritti.

Le sue sono storie vere e proprie, non solo spezzoni di vita.

I suoi personaggi subiscono piccole mutazioni nel corso della vicenda, molto spesso sono fondamentalmente soli e agli occhi del lettore appaiono immediatamente simpatici.

Dunque il lettore tende a schierarsi e a prenderne le parti; c’è empatia e c’è partecipazione.

Nel finale però le cose cambiano ed ecco che il buono poi diventa fin troppo buono e quello depresso magari ha uno scatto d’ira.

Citando le parole che Paolo Cognetti scrive nella prefazione dell’edizione di minimum fax,

di solito Yeats comincia presentandoti un personaggio emarginato, vittima di esclusione sociale o affettiva, pieno di speranze e voglia di cambiamento. Ti lascia immedesimare con lui quel tanto che basta e ti offre anche un nemico su cui riversare la rabbia sua e tua.

Subito dopo, quando il racconto sembra avere imboccato il classico sentiero accidentato dell’eroe, il punto di vista comincia a cambiare. Un po’ alla volta il buono non sembra più così buono. I comprimari si rivelano inutili ed egoisti. In compenso il cattivo comincia a farci pena perché soffre ancora di più dell’eroe e spesso ne è la vittima.

Insomma, a volte accadono cose di questo tipo e il lettore rimane disorientato dal comportamento del protagonista fino a non avere più certezze nei suoi confronti.

Una solitudine quella raccontata da Yates che mette sempre più in difficoltà i suoi personaggi man mano che le storie procedono verso il finale.

Si potrebbe perfino dire che Yeats sia più crudo di Carver, che invece si limita a raccontare senza esprimere giudizi.

Yates non esplicita ciò che pensa, ma fa in modo che sia il lettore a pensarlo per lui.

Un bel libro.

Tempo di lettura: 5h 57m

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