Bianco – Marco Missiroli

bianco “Bianco è un romanzo sulla redenzione, quindi sul riscatto. Sul riscatto morale prima di tutto, sociale, ma soprattutto un riscatto umano.  Un romanzo sul razzismo negato, quello dei perbenisti, quello di tutti i giorni, quello più odiato di tutti.”

In questo modo l’autore Marco Missiroli descrive Bianco nel corso dell’intervista televisiva di una emittente locale riminese.

Un romanzo sulla redenzione, ma soprattutto un romanzo d’accusa. Un’accusa pesante che arriva da tutte le parti senza che ci si possa difendere, né trovare riparo.

Un romanzo che lascia ben più dell’amaro in bocca per una vicenda raccontata, legata ad un passato lontano dal nostro mondo.

Siamo nel profondo sud degli Stati Uniti nella prima epoca post-schiavismo e quel razzismo una volta vissuto alla luce del sole, vive ormai nel dietro le quinte, nei salotti con le finestre chiuse e le tende abbassate, nei discorsi fatti sottovoce o negli ambienti chiusi, negli sguardi di traverso e nelle frasi a doppio senso, però vive.

In maniera più subdola di prima, quando era alla luce del sole e si basava su convinzioni portate avanti e sostenute nella pubblica piazza; in quel momento da un certo punto di vista era molto più semplice contrastarlo contrapponendo idee più civili, leggi più moderne e predicando principi fondamentali come uguaglianza e parità di diritti e doveri.

Quei tempi sono passati e la società si è rinnovata, è diventata più moderna, più aperta.

Non per tutti però, non lo è mai per tutti.

Gli eredi del Ku Klux Klan sono ancora vivi e tra vecchi e giovani cercano di portare avanti la loro lotta per la giustizia divina.

E’ il volere di Dio, secondo loro e secondo alcuni fondamentalisti religiosi che si fregiano della Croce e che nostra Santa Chiesa dimentica sempre più spesso di ricordare e richiamare all’ordine assieme a tanti altri fenomeni oscuri.

Un volere che questi eredi, incappucciati come i loro padri, portano avanti in una guerra di razza che trova molti adepti e pochi coraggiosi che si oppongono rischiando la pelle.

La redenzione invocata dal Missiroli sembra una parola grossa rispetto a quanto si legge nel suo romanzo; certo è che ciascuno trova la propria chiave di lettura e dunque ogni appassionato divoratore di libri vede la propria opinione prendere forma pagina dopo pagina, fino ad arrivare ad una recensione completa che è sempre personale.

Nel mio caso questo libro ha suscitato un profondo senso di malessere generale per tutte le corrispondenze che è possibile trovare nella vita di tutti i giorni ancora oggi.

Mi riferisco al poco rispetto degli altri che esiste in troppe persone; quella forma di perbenismo falso che è utile quando si può avere un piccolo vantaggio e che si dimentica con facilità quando invece viene il momento di rispondere di qualcosa.

Quel modo di pensare per cui è possibile lasciare da parte la piccola mancanza personale perché è trascurabile, quasi un niente rispetto a quelle di altri.

Ne deriva uno scarso senso di responsabilità per le proprie azioni che trovano spesso una giustificazione, se non un alibi, come il caso del volere di Dio per gli appartenenti al KKK protagonisti del romanzo.

Il vecchio Moses può sembrare l’uomo della redenzione, come lo definisce l’autore, oppure l’individuo mosso dal senso di colpa nei confronti di se stesso e soprattutto della moglie defunta.

Le sue azioni possono creare rabbia o passare come quelle dell’eroe di turno.

Il finale può essere considerato a lieto fine oppure lasciare ancora più indignati di prima.

Se un buon libro è quello che lascia forti emozioni dietro di sé, allora il mio giudizio è molto alto.

Tempo di lettura: 4h 03m

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