Un Giorno Della Mia Vita – Bobby Sands


Ore 13:30 sala mensa: uno dei luoghi in assoluto meno adatti alla lettura.

Sedie che si spostano, colpi sul pavimento, odori che distraggono, parole che coinvolgono, forchette che tintinnano; un rumore continuo che non lascia pace.

Eppure basta leggere le prime poche righe del racconto in prima persona di Bobby Sands per avere una sensazione strana.

E’ come se una mano invisibile avesse girato una manopola e abbassato il volume della stanza.

Il silenzio dell’allodola è un film italiano del 2005 che cerca di rendere un’idea delle condizioni a cui venivano sottoposti i prigionieri irlandesi nelle prigioni inglesi.

Ci riesce tutto sommato abbastanza bene, ma non si sofferma  quasi per nulla sugli aspetti esterni della cosa, né tantomeno riesce a trasmettere le sensazioni e le difficoltà psicologiche dei carcerati.

Nel libro Un giorno della mia vita, invece, avviene esattamente questo, perciò andrebbe letto subito dopo aver visto il film, in maniera tale da riuscire a ben immedesimarsi sia negli aspetti psicologici (fonte libro) che in quelli pratici delle condizioni delle celle e dei trattamenti (fonte film).

La metafora con l’allodola che dà il nome al film è ben spiegata all’inizio del secondo capitolo:

Una volta mio nonno mi disse che imprigionare un’allodola è uno dei crimini più crudeli perché l’allodola è tra i simboli più alti di libertà e felicità.

Sovente parlava dello spirito dell’allodola riferendosi alla storia di un uomo che aveva rinchiuso uno dei suoi tanti amati amici in una piccola gabbia.

L’allodola, soffrendo per la perdita della sua libertà, non cantava più a squarciagola, né aveva più nulla di cui essere felice. L’uomo che aveva compiuto tale atrocità, così come la definiva mio nonno, esigeva che l’allodola facesse ciò che lui desiderava: cioè cantare più forte che poteva, obbedire alla sua volontà, cambiare la sua natura per soddisfare il suo piacere e vantaggio.

L’allodola si rifiutò.

L’uomo allora si arrabbiò e diventò violento. Cominciò a far pressioni sull’allodola affinché cantasse, ma inevitabilmente non ottenne alcun risultato.

Così ricorse a mezzi più drastici.

Coprì la gabbia con un telo nero privando l’uccello della luce del sole. Le fece patire la fame e la lasciò marcire in una sporca gabbia, eppure lei si rifiutò ancora di obbedirgli,

Alla fine l’uomo la uccise.

Come giustamente diceva mio nonno, l’allodola possedeva uno spirito: lo spirito di libertà e di resistenza. Desiderava ardentemente essere libera e morì prima di essere costretta ad adeguarsi alla volontà del tiranno che aveva cercato di cambiarla con la tortura e la segregazione.

Io sento di avere qualcosa in comune con quell’uccello, con la sua tortura, la sua prigionia e la morte a cui alla fine andò incontro.

Ora mi trovo nel Blocco H dove mi rifiuto di cambiare per adeguarmi a coloro che mi opprimono, mi torturano, mi tengono prigioniero e vogliono disumanizzarmi.

Al pari dell’allodola non ho alcun bisogno di cambiare.

E’ la mia ideologia politica e i miei principi che i miei carcerieri vogliono mutare. Hanno distrutto il mio corpo e attentato alla mia dignità.

Se fossi un prigioniero comune mi presterebbero pochissima o nessuna attenzione, ben sapendo che mi conformerei ai loro capricci istituzionali.

Ho perso oltre due anni di condono. Non me ne importa nulla.

Sono stato privato dei miei vestiti e rinchiuso in una cella fetida e vuota dove mi hanno fatto patire la fame, picchiato e torturato.

Come l’allodola anch’io ho paura che alla fine possano uccidermi. Ma, oso dirlo, allo stesso modo della mia piccola amica possiedo lo spirito di libertà che non può essere soppresso neppure con il più orrendo dei maltrattamenti.

Certamente posso essere ucciso, ma fintantoché rimango vivo, resto quello che sono, un prigioniero politico di guerra e nessuno può cambiare questo.

Questo il sentimento e la convinzione di Bobby Sands in una delle sue lettere firmate con  pseudonimo “Marcella”, stesso nome della sorella, nel 1979.

Ora il mio pensiero è questo: non è importante leggere questo libro perché si debba essere d’accordo con le idee e i principi di Bobby Sands e perché sia importante che l’Irlanda, Ulster compreso, abbia una vera e definitiva indipendenza, niente di tutto ciò.

La vera importanza sta nel fatto che questo libro e questa storia si intrecciano inevitabilmente con altre completamente diverse come contesto, ma decisamente simili come contenuti, vale a dire I racconti della Kolyma di Shalamov, i libri di Primo Levi oppure qualsiasi testo parli di oppressioni da parte di uni su altri.

In questi tempi difficili sempre più spesso capita di sentire affermazioni pesanti nei confronti di qualche categoria o di qualche etnia diversa dalla nostra, generalizzando in questo modo le responsabilità e fornendo magari un alibi psicologico per aderire a movimenti estremisti senza considerarli tali.

Invece la responsabilità è sempre individuale e ciascuno dovrebbe rispondere personalmente di quello che fa senza potersi coprire dietro ideologie o altre forme di alibi che possano farlo sentire come un semplice ed innocente esecutore di ordini.

Detto questo, per entrare nel merito della questione e cercare di capirne qualcosa di più sulla problematica irlandese, consiglio anche questa volta, come già in passato alcune letture e visioni da fare in quest’ordine:

1 – libro Storia dell’Irlanda – Robert Kee (Bompiani 1995)

2 – film Il vento che accarezza l’erba – Ken Loach 2006 (Palma d’Oro Cannes)

3 – libro Una stella di nome Henry – Roddy Doyle (Guanda 2010)

4 – film Michael Collins – Neil Jordan 1996 (Leone d’Oro Venezia)

5 – film Il silenzio dell’allodola – David Ballerini 2005

6 – libro Un giorno della mia vita – Bobby Sands (Feltrinelli 1996)

7 – film The Hunger – Steve McQueen 2008 (Camera d’Oro Cannes)

Tempo di lettura: 6h 05m

1 Commento

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Una risposta a “Un Giorno Della Mia Vita – Bobby Sands

  1. Lettura che prenderò in considerazione, dopo questa tua recensione. Grazie.

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