Le Intermittenze Della Morte – José Saramago

In questo libro di José Saramago sono racchiuse tante domande che normalmente non è lecito porsi.

Il romanzo comincia raccontando di un Paese nel quale scoccato l’inizio del nuovo anno nessuno muore più.

Preso atto di questa situazione, prima ancora di chiedersi come mai ciò stia accadendo, l’attenzione del lettore viene immediatamente dirottata sul colloquio privato che il primo ministro e l’alta carica ecclesiastica tengono per stabilire quale siano le dichiarazioni migliori e soprattutto cosa non vada detto alla popolazione, non tanto per mantenere la calma e l’ordine pubblico, quanto per riuscire a conservare il potere che le autorità politiche e religiose hanno su di essa.

A questo fanno seguito tanti altri esempi che dimostrano l’attenzione di Saramago per la politica, la religione e tutti quegli ordini creati da alcuni uomini per governare gli altri uomini.

La sua condanna, denuncia pare una parola troppo blanda, per le concatenazioni che troppo presto finiscono con l’avere come obiettivo primario la difesa dell’ente in questione e il mantenimento della sua influenza, o per meglio dire del potere, nei confronti della popolazione civile, in questo libro è bene esplicitata così come in molte altre sue opere.

Allo stesso modo vengono colpiti dall’autore di Cecità anche gli altri organismi di informazione come i giornali benpensanti con tutti gli annessi e connessi del caso.

La sua capacità critica e il suo modo di porre le autorità politiche, economiche o ecclesiastiche di fronte alle proprie responsabilità senza mai farsi trascinare in offese o brutture, sarebbe da portare come esempio per tanti contestatori del mondo reale odierno.

Accade sempre più spesso purtroppo che tante figure di riferimento per chi spera in cambiamenti sociali, si perdano in discorsi fin troppo accesi e in forme espressive che hanno come effetto immediato il fatto di accendere le speranze in molte persone, ma che però in fin dei conti risultano controproducenti.

Infatti, piuttosto che inchiodare i personaggi contestati a rispondere del loro operato, questi insulti e questi modi esasperati danno loro semplicemente l’opportunità di dirottare il dibattito sulla forma invece che sulla sostanza.

Accade allora che una domanda la cui risposta metterebbe in imbarazzo molti esponenti, viene furbescamente ignorata.

José Saramago non commette mai questo errore, né lo fa commettere ai suoi personaggi: c’é sempre qualcuno che riesce ad insinuare dei ragionamenti che poi basterebbe seguire e riportare nel dibattito pubblico tali e quali.

Purtroppo questo non accade mai e si continua a sbraitare senza poi molti risultati.

C’é un passaggio che illustra proprio questa cosa:

Purtroppo le manifestazioni verbali di civico entusiasmo…non sempre furono tanto rispettose quanto esigono la buona educazione e una sana convivenza democratica.

Alcune giunsero persino a superare le frontiere della più offensiva volgarità.

Tutte le persone di buon gusto furono d’accordo nel considerare tali parole non solo inammissibili, ma anche imperdonabili.

Sarebbe bastato dire che i forzieri dello stato non potevano continuare a sostenere ancora la continua crescita delle spese della casa reale e tutti lo avrebbero capito.

Era la verità e non offendeva.

Ecco qua come stanno le cose: spesso basta dire la verità e non offendere per mettere in crisi qualcuno e non dargli nessuna possibilità di svicolare dalla risposta richiesta.

Ma ricordiamoci che stiamo parlando di un romanzo e non di un saggio o di un trattato e quindi c’è una storia che va avanti e un capovolgimento completo degli eventi lascerebbe pensare all’avvicinarsi di un epilogo più o meno soddisfacente.

Senonché un rapido sguardo al numeratore delle pagine e allo spessore di quelle restanti, fa capire che si è solo da poco oltrepassata la metà del libro e quindi un’evoluzione deve esserci per forza.

E infatti eccola là l’evoluzione anche se però non si manifesta subito.

Per un po’ si continua a leggere cercando di seguire quella storia che via via diventa sempre meno movimentata e rallenta la sua corsa come un treno che entrando in stazione si appresta a fermarsi.

Poi succede.

Verso i tre quarti del libro ci si ritrova immersi improvvisamente in un’atmosfera più chiusa, introversa, riflessiva.

Quello che fino a poche decine di pagine prima era un romanzo paradossale con un evidente lato accusatorio nei confronti delle istituzioni più varie inventate dagli uomini per controllare e sottomettere altri uomini, ad un tratto è diventato un’altra cosa.

In realtà la cosa non avviene improvvisamente, ma poco a poco, in maniera talmente delicata che il lettore non si rende conto che le cose stanno cambiando fino a quando le cose non sono effettivamente cambiate.

Saramago ci ha fatto fare la fine della rana nella pentola dell’acqua calda!

E’ davvero cambiato tutto e in questo momento del libro stiamo ascoltando i pensieri della morte!

Ma quando, in quale momento, la morte si è trasformata da crudele padrona della vita degli uomini a vittima di se stessa?

Qual è stato quel passaggio che determina il confine?

C’è stata in effetti una certa rilassatezza nella morte, che forse a causa della routine ( eh sì, anche dispensare la morte a centinaia di individui ogni giorno può diventare una routine ), si è come dire addormentata nel suo tran tran giornaliero.

Nella casa del violoncellista stiamo vedendo e soprattutto ascoltando i pensieri di una morte in difficoltà, una morte che per un attimo sembra aver smarrito la propria sicurezza e per questo manifesta dubbi e pensieri quasi umani.

Nelle sue parole, che poi parole non sono, sembra quasi di cogliere un senso di rimpianto, un rammarico per non poter vivere e provare le cose normalmente tutti gli uomini vivono giorno dopo giorno.

Fa quasi pena la morte in questo momento.

Sembra che le cose si siano invertite: quella che per metà libro poteva essere paragonata alla bianca figura con mantello del film Il settimo sigillo, nella seconda parte si è trasformata nell’alter ego degli angeli de Il cielo sopra Berlino.

Ecco l’immagine di un’entità, negativa in questo caso, che si muove silenziosamente nella casa del musicista seguendo con lo sguardo le sue mosse.

Eccola appollaiata su un armadio, oppure al parco alle spalle dell’uomo che seduto su di una panchina sta guardando la foto di una farfalla che porta lo stessa effige dell’oscuro,  invisibile e tragico osservatore.

Eccola infine ascoltare l’uomo, che in quel momento si è quasi trasformato nel suo persecutore, mentre esegue lo studio di Chopin che ha scelto come ritratto personale.

L’atteggiamento è però differente da quello degli angeli del film di Wim Wenders perché qui la morte, nonostante la prima impressione che faceva pensare a malinconici pensieri, ben presto si sposta sull’affronto personale: come può questo insulso essere umano osare non morire come tutti gli altri del suo genere?

Insomma, quando sembra che il libro abbia finalmente trovato una sua linearità, dopo poche pagine ci si accorge che invece i cambiamenti continuano e sembrano non finire mai.

Molto bello.

Tempo di lettura: 6h 36m

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