L’Arte Di Correre – Haruki Murakami

Affronto i compiti che ho davanti e li porto a compimento uno ad uno. Concentro l’attenzione su ogni singolo passo, ma al tempo stesso cerco di avere una visione globale e di guardare lontano.

Perché si dica quel che si vuole, ma io sono un maratoneta.

Haruki Murakami scrive questo libro, L’arte di correre, tra il 2005 e il 2006 facendo una sintesi degli appunti raccolti in circa 25 anni di corsa e realizza in questo modo una sorta di vademecum sulla filosofia che lega quelle attività che richiedono costanza, abnegazione e tutta una serie di altre doti specifiche che accomunano attività solo in apparenza molto diverse tra loro.

Di conseguenza, solo in apparenza si parla di atletica, corsa e podismo; in realtà il protagonista vero di quest’opera non può essere altri che il modo di porsi di fronte ad obiettivi importanti.

Numerosissime sono infatti le affinità tra il mestiere di scrittore e quello di corridore delle lunghe distanza ed è su questi aspetti che l’autore giapponese vuole concentrare l’attenzione del lettore.

Il libro è molto bello ed interessante per chi ha praticato sport a livello dilettantistico, in special modo sport di fondo, ma anche chi cerca di cimentarsi nella realizzazione di storie, racconti o romanzi, può trovare diversi spunti utili.

I dubbi e le incertezze riguardo alla capacità di superare certi ostacoli mai affrontati prima sono gli stessi sia per chi arriva a correre una distanza mai raggiunta, sia per chi approccia la scrittura di un romanzo dopo aver scaricato su un foglio bianco “solo” racconti.

In entrambi i casi significa superare i propri limiti, affrontare le incognite, attraversare il proprio stretto di Gibilterra e affrontare un mondo sconosciuto, come scrive Murakami. e questo comporta alla fine una maggiore conoscenza di se stessi.

A ciascuno di noi è capitato di trovarsi davanti ad una situazione del genere; tuttavia il fatto stesso di averla provocata volontariamente, indica la volontà di passare oltre e di porsi ogni volta un nuovo traguardo ancora più ambizioso.

Ne risulta che il tutto possa essere visto come una forma di allenamento costante che predispone il soggetto, sportivo o autore che sia, a mettersi nelle condizioni di crescere soprattutto psicologicamente.

Mi preparo a nuotare per millecinquecento metri, pedalare per quaranta chilometri e correre per dieci. Ammettiamo che ci riesca. E poi? Non sarà come ostinarsi a versare acqua in un vecchio vaso forato sul fondo?

E poi il rischio è quello di raggiungere un livello tale per cui quello che abbiamo fatto con entusiasmo fino al giorno prima ecco che non basta più, non dà più soddisfazione, o perlomeno non lo stesso grado di soddisfazione che provavamo fino a poco tempo prima…

Allora servono cose diverse: serenità e senso della realtà possono evitare questo rischio, farci stare bene con noi stessi e metterci nelle condizioni di proseguire nel migliore dei modi lungo la nostra strada.

Sostanzialmente è di questo che parla L’arte di correre e lo fa anche attraverso tutta una serie di resoconti e aneddoti curiosi e divertenti, in molti dei quali in tanti si potranno riconoscere.

Un libro sulla disciplina interiore.

Rientrando a Tokyo vedo molte automobili con le bici fissate sul tetto. E in vista della prossima gara di nuovo ci alleneremo in silenzio come abbiamo fatto fino ad oggi.

In silenzio…

Detto questo, dopo aver tessuto questa serie di lodi che ribadisco mi hanno fatto apprezzare molto quest’opera, non posso fare a meno di segnalare una nota stonatissima che mi ha fatto inorridire.

Voglio sperare che ci sia stato un problema dovuto alla scarsa conoscenza sportiva da parte del traduttore perché quando si racconta di ciclismo bisogna parlare di rapporti e non di marce.

E’ vero che il cambio di una bicicletta ha sostanzialmente le stesse caratteristiche del cambio di un qualsiasi mezzo a motore, ma nel ciclismo si parla di rapporti perché, guardando a dove si è posizionata la catena, è proprio il rapporto ( inteso come divisione ) tra il numero dei denti del pignone davanti ( quello dei pedali chiamato moltiplica ) ed il numero dei denti del pignone della ruota dietro, che dice in maniera matematica quanti giri di ruota si fanno per ogni pedalata completa.

Non è pensabile che un praticante di triathlon seppur a livello amatoriale, racconti e descriva la propria frazione in bici parlando di marce…e comunque sia non è che questa cosa abbia poi una grande importanza.

Importante invece è quello che resta una volta terminata la lettura, cioè una voglia di indossare maglietta e pantaloncini come era routine fino a qualche tempo fa e uscire a fare sport alla prima occasione.

Un libro pieno di aneddoti nei quali ciascun sportivo certamente potrà riconoscersi così da rivivere emozioni vissute sulla propria pelle.

Tempo di lettura: 3h 29m

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