Bambino Bruciato – Stig Dagerman

Stig Dagerman è morto suicida all’età di 31 anni quando stava attraversando una fase di pieno successo.

La lettura di questa breve nota biografica è stata la cosa che mi ha fatto decidere di leggere il libro.

La storia raccontata è quella di una famiglia dove il figlio ormai ventenne non riesce a trovare un proprio equilibrio dopo la morte prematura della madre.

Il padre invece pensa ad un nuovo matrimonio, per la precisione con quella che probabilmente già era la sua amante quando la moglie era ancora in vita e malata.

Bengt, il figlio e protagonista della storia, non trova pace in nessun modo e mette in scena tutta una serie di atteggiamenti apparentemente logici se visti nel breve termine, ma in realtà distruttivi se presi con l’ottica del lungo periodo.

Ecco quindi che viene giustificata la sua passione per case su isole innevate con vacanze allargate alla futura nuova matrigna in luoghi lontani dalle masse di  turisti.

Tante sono le piccole cose che potrebbero far pensare col senno di poi a richieste d’aiuto camuffate da atteggiamenti aggressivi: episodi riguardanti vecchi abiti della madre oppure il rapporto con il cane della coppia o ancora un tentato suicidio non molto deciso.

In realtà tutto il comportamento del ventenne Bengt è autodistruttivo in qualsiasi cosa egli faccia e questo lascia molti pensieri se si considera il fatto che l’autore al momento della pubblicazione di anni ne aveva solamente venticinque.

Difficile pertanto non vedere diversi elementi autobiografici in questo libro dove il protagonista torna sempre sui propri passi dolore dopo dolore senza apparentemente trovare un briciolo di serenità.

“Non è vero che un bambino che si è bruciato sta lontano dal fuoco. E’ attirato dal fuoco come una falena dalla luce. Sa che se si avvicinerà si brucerà di nuovo. E ciononostante si avvicina”.

Tempo di lettura: 6h 06m

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