Cometa sull’Annapurna – Simone Moro

La cronaca della tragica spedizione alla conquista della vetta dell’Annapurna è solamente la scusa per parlare di passioni, amicizie ed emozioni.

Il massiccio dell’Annapurna è composto da numerose cime, la più alta delle quali toccando quota 8.091 gli consente di far parte del club degli 8.000.

E’ il mattino del giorno di Natale del 1997 e Simone Moro, in compagnia del fraterno amico Anatolij Bukreev e di Dimitri Sobolev che li doveva accompagnare  solo per un breve tratto, parte per aprire una nuova via di salita alla cima.

Durante il periodo di acclimatamento in quota, le condizioni meteo sono state diverse da come avevano previsto e ciò per prudenza spinge la spedizione a cambiare l’itinerario di salita.

Un frontone nascosto di neve e ghiaccio appare per quello che è solamente quando i ragazzi gli arrivano sotto e proprio in quel momento cede.

La cronaca in sè non è molto importante, in fondo Cometa sull’Annapurna non è un libro di questo tipo.

Il nocciolo della questione è cosa spinga degli uomini ad affrontare la montagna che ha il maggior rapporto tra incidenti mortali e salite in cima.

La risposta è una sola: la passione.

Ci sono persone che fanno un po’ di tutto, si avventurano in situazioni più grandi di loro, non stanno mai ferme e in generale cercano di vivere le passioni degli altri uscendone eternamente insoddisfatti.

E’ il dramma del nostro tempo: la depressione.

L’eterna incapacità di provare quel piacere interiore che rende orgogliosi di quello che si è fatto è l’argomento principale che sarebbe da discutere: rappresenta la madre di tutte le problematiche della vita moderna.

Il vivere cercando di piacere, di essere quello che gli altri vorrebbero essere, l’apparire e l’avere…quando ci si ferma a parlare di queste cose spesso sono tutti d’accordo nel ritenere che i valori sono altri e che tutto sembra finto, poi non appena la discussione è terminata, tutto ritorna come prima.

In fondo lo scoppiare dei rapporti umani, i tradimenti e la difficoltà nel mantenere a lungo certi rapporti personali deriva proprio in buona parte da questa insoddisfazione di fondo.

A mio parere anche molti di quelli che passano da una festa all’altra, i cosiddetti viveur tanto ammirati da tutti, in realtà sono persone dipendenti da situazioni esterne che una volta soli con se stessi rischiano di trovarsi perduti.

Non tutti certamente, ma una buona parte penso di sì, ne senso che quando si trovano da soli si sentono un po’ perduti.

Chi prende iniziative fuori dalla massa viene sempre più spesso visto come un disadattato in questa logica di estremi: o fai quello che fanno tutti oppure hai qualche problema.

Secondo me i problemi si nascondono più facilmente in chi si muove sempre e solo con le masse, in chi vive le cose degli altri.

E’ la vita del criceto che corre nella ruota, basta non guardare mai cosa c’è ai lati e tutto va bene.

Il tutto per dire che la gente manca di passione e questa mancanza è la prima via alla depressione.

Non è che si debbano scalare montagne da 8000 metri per avere una passione, basta capire cosa ci piace, cosa ci dà soddisfazione e ogni tanto ritagliarsi un briciolo di tempo per coltivare queste cose.

Piccolo esempio: a tutti piace il cinema, ma se racconti che sei andato a vedere un film da solo un pomeriggio qualunque e in sala c’erano sei persone in tutto, ecco che subito passi per particolare, mentre in realtà questa è una delle poche cose che ti consente la visione di un film su un maxischermo senza sentire quello della fila dietro che commenta ogni cosa, senza sentire gli schhh di altri dieci per farlo stare zitto, senza il rumore dei sacchetti di patatine (e per fortuna che ora i popcorn li danno nel bicchiere) e delle lattine che vengono aperte.

Comnque torniamo al libro: Simone Moro non parla espressamente di questa sua passione per la montagna;  certo la descrive, ma non cerca di spiegarla, cerca solo di assecondarla non rinunciando però neanche alle altre cose della vita.

La passione positiva, quella cosa che ti spinge a muoverti e ti fa compiere azioni che sognavi e non pensavi di poter compiere;  questa passione positiva è quella che ti rende soddisfatto di ciò che fai e ti spinge a ricercare la stessa soddisfazione in una cosa nuova.

Poi ti può accadere di diventare famoso, di essere preso da esempio dagli altri, di essere invidiato e magari anche additato quando le cose vanno male, ma la vera passione che si sente in questo libro è quella che ti farebbe fare le stesse cose anche nel caso in cui nessuno se ne interessasse.

In fondo quando racconti di una passione (e quando leggi della passione di un altro) non riesci mai a trasmettere le sensazioni che hai provato.  Solamente a chi coltiva una propria passione, anche diversa, può capitare di avvicinarsi abbastanza al punto e capirne qualcosa.

La domanda Cosa porta un uomo a rischiare la vita in un’impresa del genere? è sbagliata nel momento stesso in cui viene fatta.

Se si capisce di cosa si sta parlando la domanda non esiste, altrimenti è inutile perchè la risposta sarebbe incomprensibile, come chiedere ad un pilota perchè rischia la vita o ad un ciclista perchè fa tanta fatica…

Il libro racconta la storia di un’amicizia tra due persone che si incontrano casualmente e si riconoscono come uguali, con la stessa passione, la stessa onestà d’animo e la stessa voglia di affrontare nuovi traguardi.

Ne nasce un rapporto di quelli veri dove se c’è qualcosa che non va lo si dice chiaro e tondo senza però che questo incrini le cose e senza lasciare che problemini non risolti diventino causa di attrito.

Questo tipo di rapporto crea un’enorme fiducia l’uno per l’altro e consente ai due scalatori di fare coppia fissa nelle loro imprese.

Un’amicizia però durata troppo poco, solamente quattordici mesi, a causa della tragedia avenuta in questa spedizione.

Poi il racconto del rocambolesco e pericoloso ritorno al campo base in una corsa per la sopravvivenze dell’unico uscito vivo dalla valanga.

Un libro che apre le porte ad un mondo affascinante, quello della montagna di alta quota pieno di fonti su video e su carta, dalle quali attingere per fare il pieno di emozioni.

Un unico consiglio mi sento di dare prima di affrontare la lettura di questo libro: la visione del film La morte sospesa che racconta un’altra storia realmente accaduta e che servirà a recepire meglio il racconto di Simone Moro.

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