Racconti dell’Età del Rap – Alessio Pracanica

Le prime impressioni avute da questo libro sono dovute a gusti personali: non sono un amante dei racconti.

Con i racconti ho un rapporto difficile: spesso mi capita di leggere molto e quindi mi ritrovo ad infilare 5 o 6 racconti diversi in rapida successione, con il risultato di non essermi appassionato più di tanto a nessuno di essi.

Diciamo che ho bisogno di storie più lunghe per entrare mentalmente nel contesto e sentirmi pienalmente coinvolto dalla vicenda oppure, in alternativa, diciamo che sono troppo superficiale e solo con una storia sufficientemente lunga riesco a concentrarmi.

Come dire: ogni cosa può essere vista da diversi aspetti.

Altra cosa: essendo un vecchio lettore di thriller e di romanzi di avventura, preferisco il drammatico al divertente e la tensione al romanticismo.

Insomma, quasi mai leggo libri di racconti.

Le recensioni positive di alcuni amici e soprattutto la lettura di un racconto dell’autore su un sito letterario (scrignoletterario.it) mi hanno però convinto ad affrontare questo libro.

I primi racconti li ho trovati divertenti e ironici.

Presentano un tipo di comicità sullo stile delle commedie alla francese (“La cena dei cretini”, “Tanguy”), una comicità diversa da quella classica italiana, una comicità ignorante, piena di frecciate e di piccole cattiverie.

La definizione di cavallo nel manuale dell’esercito francese come qualsiasi quadrupede militante nell’esercito francese fatta eccezione per i cani e i muli è bellissima e apre il paradosso delle definizioni delle altre specie di animali.

I racconti sono diversi tra loro e lasciano trapelare una mente aperta nell’autore che si diverte a cambiare periodo e contesto storico: da Leonardo ad Enea, dal West alla piazzetta siciliana, da Gustave Eiffel al cane dei Baskerville…

Alcuni prendono spunto da fatti veramente accaduti, altri sono parodie o interpretazioni, altri ancora completamente originali.

Mentre le mie difficoltà si stavano manifestando in pieno (al quarto racconto di fila avevo già scordato i primi due…) una cosa particolare mi è accaduta: stavo leggendo uno dei racconti centrali, per la precisione Grand Hotel Saigon, quando all’improvviso mi è venuto in mente il modo di raccontare che ha Marco Paolini nei suoi spettacoli.

Ecco, una cosa che mi è piaciuta del modo di scrivere di Alessio Pracanica è stata la forma o meglio la cadenza con la quale racconta le sue storie.

In generale i racconti contenuti in questo libro offrono tanti aspetti diversi: ci sono alcune situazioni paradossali, altre grottesche, altre ancora drammatiche, fino ad arrivare anche a due o tre racconti davvero pesanti per gli argomenti trattati.

Spesso le storie si prestano ad avere diverse chiavi di lettura a seconda dello stato d’animo del lettore.

Accordature ad esempio oltre all’interpretazione che appare immediata appena letto il nome del protagonista, potrebbe benissimo essere la trama di un episodio della vecchia serie Ai confini della realtà.

Insomma, questo libro rappresenta una lettura piacevole già al primo approccio, ma è rileggendo almeno una seconda volta alcuni dei racconti che si scoprono dettagli e interpretazioni nascoste e questa non è cosa che accade con tutti gli scrittori.

Un romanzo però sarebbe certamente più vicino i miei gusti personali, attendiamo pertanto speranzosi…

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