Pastorale Americana – Philip Roth

Roth in questo romanzo percorre le vicende di tre generazioni di cittadini americani, ebrei e non.

Il titolo Pastorale Americana si riferisce al Giorno del Ringraziamento che rappresenta probabilmente l’unica occasione nella quale i cittadini americani si incontrano “per giunta sul terreno neutrale e sconsacrato, quando tutti mangiano le stesse cose…un tacchino colossale che le sazia tutte… Una moratoria sui cibi stravaganti, sulle curiose abitudini e sulle esclusività religiose, una moratoria sulla nostalgia degli ebrei, una moratoria su Cristo. Una moratoria su ogni doglianza e su ogni risentimento per tutti coloro che in America diffidano l’uno dell’altro.”

La conclusione è che solamente in giorni come questo le persone si ritrovano in condizioni di sostanziale uguaglianza.

La vita reale è invece costellata da problemi veri, ma soprattutto da problemi che ci procuriamo da soli o che semplicemente affrontiamo in maniera sbagliata.

L’autore racconta le vicende di una famiglia attraverso un resoconto che mette tre generazioni a confronto.

L’immigrazione all’inizio del novecento prima, la prima generazione nata e cresciuta sul territorio poi, infine il sogno americano e le nuove generazioni.

Il contrasto tra padri e figli: i primi orgogliosi combattenti della seconda guerra mondiale e i secondi accaniti contestatori per il conflitto nel Vietnam.

Le sommosse degli anni sessanta con la lotta per i diritti civili dei neri e il tranquillo procedere della vita di un adolescente benestante attraverso gli sport scolastici.

Insomma, tutto quanto può sembrare un racconto come tanti, invece questo libro non è solamente un viaggio attraverso le vicende di Newark, la città natale di Roth, è qualcosa di più, qualcosa che esce dai confini dell’America per arrivare fino alla nostra realtà quotidiana.

In molti passaggi più che un romanzo, Pastorale Americana sembra un saggio di sociologia con tante analisi e riflessioni che trovano conferma anche nelle nostre vite e in ciò che ci circonda.

Come anche nei romanzi di Steinbeck, protagonisti reali sono la lotta e il disagio interiore che ognuno si trova a dover affrontare man mano che le cose cambiano e la vita va avanti.

Ognuno ha un’immagine di se stesso e degli altri e nonostante alcuni momenti di lucida visione delle cose che ci dovrebbe far capire che questa immagine non corrisponde al vero, si tira diritto imperterriti e si prosegue secondo questa visione completamente distorta della realtà.

Il confronto con gli altri è sempre più difficile, ma finchè i fatti non ci obbligano a guardare in faccia le cose così come sono, tendiamo a considerare che tutto sia semplice: “Lei è così, lui è così, io sono così. E’ andata così per questi motivi…”

Nel romanzo questo atteggiamento negazionista fa in modo che il padre non riesca a farsi un’idea di come la figlia possa essere diventata quello che è.

E quando non può più chiudere gli occhi, allora deve per forza trovare un motivo scatenante e cerca, scava nel passato per capire dove può avere sbagliato.

Siccome tutte le certezze inculcategli nella sua vita non possono essere messe in dubbio, è chiaro che deve essere stato lui a sbagliare qualche cosa.

Oppure deve essere stato qualcun altro ad aver soggiogato la bambina, quella figlia ideale così ben allevata con tutte le cure del caso, in una famiglia da sogno, ma anche se così fosse, cosa aveva fatto lui per avere una figlia che si rifiutava di pensare con la propria testa? Dove aveva sbagliato?

Deve esserci un motivo per tutto ciò….oppure è solo un momento, un brutto momento che passerà come passano tutte le cose.

Gli anni passano cercando un motivo scatenante o un colpevole, ma il pensiero ricorrente è sempre lo stesso: come potevano lui e sua moglie essere all’origine di tutto ciò che era diventata la figlia? Come potevano aver contribuito a produrre quell’essere umano così diverso da loro?

Mai passa per la mente del protagonista il dubbio che non dovesse per forza esserci una causa.  E se invece non ci fosse stata nessuna causa? E se le cose capitano anche senza un senso?

Tutti questi conflitti animano la mente dello Svedese, il protagonista principale del romanzo, domande alle quali non trova risposta.

Allo stesso modo, uscendo dal romanzo e andando alla nostra realtà quotidiana, quante volte abbiamo sentito dire da amici e conoscenti, oppure dai nostri stessi genitori: “Dove ho sbagliato con i miei figli?”

Vittime di una tradizione e di un’educazione dove se ti comporti bene allora andrà tutto bene, se fai il cattivo allora arriverà l’uomo nero.

Inferno e Paradiso… Ricordati che devi morire…

E se molto più semplicemente una parte del carattere e quindi del destino non fosse in nessun modo malleabile?

Per quante vicende anche personali ognuno di noi si potrebbe accusare di qualcosa?

Ovviamente neanche il contrario costituisce la realtà, è palese che le nostre azioni infuenzano gli avvenimenti, ma la verità sta sempre nel mezzo.

Ci sono cose delle quali siamo responsabili e ci sono cose per le quali non possiamo essere determinanti in nessun modo e in nessuna maniera.

Visti da abbastanza lontano tutte le storie e tutte le persone sono uguali, ma più ci si avvicina,  più appaiono le caratteristiche che differenziano in individuo dall’altro; arrivati a tu per tu, ognuno è un essere unico e difficile da comprendere.

Un passaggio nel libro dice: Lotti contro la tua superficialità, la tua faciloneria, per cercare di accostarti alla gente senza un carico eccessivo di pregiudizi, di speranze o di arroganza…; offri il tuo volto più bonario camminando in punta di piedi e l’affronti con larghezza di vedute da pari a pari e tuttavia non manchi mai di capirla male. La capisci male prima d’incontrarla, la capisci male mentre sei con lei; poi vai a casa, parli con qualcuno dell’incontro e scopri ancora una volta di avere travisato. Poiché la stessa cosa capita in genere anche ai tuoi interlocutori, tutta la faccenda è veramente una colossale illusione priva di fondamento, una sbalorditiva commedia degli equivoci. Come dobbiamo regolarci con questa storia che assume ogni volta un significato grottesco? Devono tutti chiudere la porta e vivere isolati come fanno gli scrittori solitari che creano i loro personaggi e poi li fanno passare per persone vere? Capire bene la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando. Forse la cosa migliore sarebbe dimenticare di aver ragione o torto sulla gente e godersi semplicemente la gita. Ma se ci riuscite… Beh, siete fortunati.

Di questo parlavo quando accennavo ad un saggio di sociologia.

Per il resto un libro avvincente che in molti considerano il migliore di Philip Roth.

Non so se questo possa essere considerato vero, comunque io ci ho trovato più cose rispetto agli altri che ho letto.

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4 commenti

Archiviato in libri, recensioni libri

4 risposte a “Pastorale Americana – Philip Roth

  1. Pingback: Letture Aprile 2010 « ENTUSIASMI…repressi e non…

  2. francesca

    perche’ pastorale ?vari significati letto ultimamente civedo moltoa tradizione ebraica

  3. fernando

    Interessantissimo il tuo analisi di Pastorale Americana. Saluti

  4. Alexandra

    Il più bel libro di Roth è PATRIMONIO , l’ unico che risulta autentico. Come molti libri americani anche questo è molto costruito. Mi Chiedo spesso se il successo che hanno libri simili non sia esso stesso frutto di marketing

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