Granfondo La Via del Sale 2002

7 aprile 2002

Ore 4:30 suona la sveglia! E’ il giorno della gara. Non ho dormito molto (mi succede spesso di svegliarmi varie volte nel corso della notte quando al mattino ho un impegno inusuale, forse il timore inconscio di addormentarmi e non sentire la sveglia), comunque mi sento riposato e in forma.

Leggera colazione con the zuccherato e due fette biscottate con burro e marmellata (di ciliegie) e poi via a preparare lo zainetto con tutto il necessario, mentre sul fornello si scalda l’acqua per la pasta.

Ore 5:15 si mangia sul serio; 120 grammi di maccheroncini con burro e parmigiano divorati, senza troppo affanno, con lo sguardo rivolto alla tv dove impera l’agonismo nella prima prova del motomondiale.

Subito dopo è la volta dei rifornimenti per la corsa; ecco perciò due panini con la solita marmellata ed una manciata di cioccolatine Ritter Sport formato mini da utilizzare a mo’ di premio personale in cima alle varie salite.

Manca poco alle 6.
Ci si mette la tuta, si carica lo zaino, si mette la bici in macchina, si riempie la borraccia (quella grande, dopotutto sono 110 km) d’acqua e via che si parte.

Una breve sosta dagli amici per organizzare la trasferta, un’occhiata di sfuggita ad un vicino che parte a sua volta (chissà, magari un avversario da affrontare di lì a poco) ed ecco che, dopo un caffè in autostrada, siamo già arrivati a Cervia.

Facciamo due passi sulla zona dell’arrivo, vediamo gli stand che sono in preparazione e i cartelloni con tutti gli iscritti.
Un momento solo per chiedere un prezzo di una bici e ritirare un bigliettino da visita e si va alla macchina a preparare uomini e mezzi.
Strana la sensazione provata nel montare il microchip sul telaio della bici, ma ancora più strana quella che si vive quando per la prima volta si fissa il numero di gara (1576 in questo caso) sulla bici e si chiede ad un compagno di applicarlo con le spille anche alla maglia.

Mancano 15 minuti e siamo pronti.
Pantaloncini corti e gambali a coprire il ginocchio, calzini e scarpette e la parte sotto è a posto; sopra: due magliette tecniche, una maglia a maniche lunghe e la maglietta della società, con giubbino antivento, sacchetto dei panini, varie cioccolate, fazzoletto, fascia per la fronte, portafoglio, guanti estivi e chiavi della macchina sistemati nelle tre tasche posteriori.

A completare la divisa concorrono la berretta di lana, gli occhiali, il caschetto ed i guanti invernali (fa già freddo e non si è ancora alzato il vento); ovviamente computer e cardiofrequenzimetro sul manubrio completano l’attrezzatura.

Si arriva alle griglie di partenza; la nostra è la seconda di nome, ma la terza di fatto: griglia d’onore, prima griglia, seconda griglia (numeri dal 1100 al 1800) e poi tutti gli altri nella terza griglia.

Ci sistemiamo; siamo in un vicolino pieno zeppo di ciclisti. I primi del nostro gruppo non si vedono neppure, sono dopo quella curva a sinistra laggiù in fondo. Ci sono altri di Castello così ci avviciniamo a loro.

Chiedo quanti sono gli iscritti della nostra società e mi dicono che siamo sedici o diciassette sparsi tra la folla.

C’é solo più da aspettare il via.
Siamo 3500 iscritti, ma per ora non ci si rende conto della quantità di gente che partecipa.

Pronti, via!
Ci muoviamo lentamente tra le mura delle case, attenti a non cominciare con la “pedalata sbagliata” questa nostra avventura.

Due curve a gomito ed ecco la strada principale dove i componenti dell’ultimo gruppo di partenza attendono il nostro passaggio per prendere il via a loro volta. Si sente la voce dello speaker che parla da un punto indefinito, mentre dal gruppo parte qualche sberleffo indirizzato a Pantani ( il Pirata ed alcuni suoi compagni di squadra faranno compagnia ai corridori per una parte della corsa).

Siamo partiti, un breve rettilineo ed ecco due pedane con ai lati dei sensori che memorizzano i dati del microchip fissato al telaio; è l’inizio del cronometraggio, da qui si fa sul serio.
Uscendo da Cervia ci incolonniamo, subito mi trovo davanti ai miei amici Ivano e Gianluca, ma non posso più girarmi a guardare dove sono, devo stare attento a non distrarmi specialmente in partenza per evitare cadute.

Attraversiamo la statale adriatica dove alcuni vigili hanno bloccato il traffico e ci dirigiamo verso le saline.

Guardo il manubrio: faccio i 32 orari e il cardio è spento. Allungo lo sguardo e vedo diversi chilometri di gente in bici, un serpentone di ciclisti del quale non si vede già più la testa. E’ il momento più delicato. Tanti passano veloci in una fila a sinistra, decine e decine; qualcuno passa anche a destra, proseguo in scia al gruppetto senza cambiare direzione e accendo il cardio (voglio tenere sotto controllo la situazione per non esagerare fin da subito), ma forse siamo in troppi e troppo vicini, così comincia ad avere problemi di ricezione, allora lo spengo e non ci penso più.

Gente che supera, velocità che aumenta ed io che ogni tanto mi aggancio a qualche treno che passa avanzando di gruppetto in gruppetto.

Raggiungo 4-5 dell’USC, ma ben presto li lascio passando oltre. Superiamo le saline e andiamo verso Castiglione.

Dopo una decina di chilometri la prima caduta: ad una svolta a sinistra vedo un ragazzo in piedi sul bordo della strada con la faccia insanguinata. Andiamo avanti; ormai ci siamo un po’ sfilacciati e sono pochi quelli che ci superano.
Si viaggia tra i 35 e i 40 km/h, dipende dai piccoli buchi che si creano, anche se si cerca di non strappare troppo.

Cerco di rimanere agile tenendo il 19, ma uso anche il 21 o il 18 quando serve.
L’atmosfera è emozionante. Passa una moto cambiaruote, poi un’altra e poi un’altra con le borracce dietro; roba vista solo in tv.
Altri strappi, altri allunghi ed altri paesini superati, Cannuzzo e Mensa sono ormai alle nostre spalle.

Ho raggiunto e superato altri due dell’USC. Alla mia sinistra passa Ivano dentro una fila che avanza con decisione; mi accodo per non rimanere indietro, casomai qualcuno davanti a me decidesse di non seguire.

Passiamo Matellica e Santa Maria Nuova dove vedo il mitico mobilificio Baruzzi che mi rimanda a Telecentro e all’adolescenza, ma non c’è tempo per distrarsi, bisogna rimanere concentrati e spendere il meno possibile.

Ecco un cavalcavia che supero in agilità, poi una discesina e davanti a me c’è la via Emilia con i vigili che fermano il traffico per farci passare. Siamo arrivati a Diegaro, cominciano i 60 km che abbiamo già provato qualche settimana addietro. Sento una voce che mi chiama e alla mia sinistra c’è Gianluca; anche Ivano è nel gruppo con noi qualche posizione più avanti. Bene, siamo tutti assieme.

Passa una moto che ci avverte di rallentare perché poco più avanti c’è stata un’altra caduta. Infatti eccola là in fondo, c’è qualcuno a terra con l’ambulanza vicino. Le segnalazioni di attenzione si sprecano, transitiamo in zona quasi fermi, mentre tra noi e la prima parte del gruppone si forma un buco di una cinquantina di metri; poco male, tra pochissimo si comincia a salire.

Siamo in località Settecrociari.
Una curva ed eccoci tutti quanti raggruppati al bivio per Lizzano dove quasi ci si ferma per imboccare la stradina a destra che ci regala la prima salita, siamo al km 29 circa. Metto il 39×19 e dopo 10 metri tra stradina comincia a salire fino ad un 10% circa. Per un momento sembra quasi di dover mettere piede a terra tanta è la gente in mezzo alla strada.

Si sale piano piano e si supera l’imbottigliamento. 39×21 per rimanere agile e via in piedi sui pedali. Mi sembra di andare benissimo, quasi non sento la fatica. Tornantino a destra e comincia lo spettacolo vero; il “rivale” che costeggia la strada è pieno di gente che incita i corridori. Bella sensazione che però dura poco, c’è un pò di falsopiano e poco più avanti vedo Ivano. Alcuni approfittano del rallentamento generale per superare a sinistra parte del gruppo; appena trovo uno spazio mi ci infilo e mi porto più avanti superando poco dopo Valter, che saluto prima di proseguire saltando senza esitazioni il primo punto di ristoro.

Ancora un paio di saliscendi e poi arriva il bivio a sinistra per Tessello. Ci siamo appena lasciati alle spalle la deviazione per chi ha scelto il percorso corto (64 km) e sento qualcuno che polemizza su di una deviazione non prevista sul percorso, ma non è il momento di pensare a nient’altro che alla strada davanti.

Ecco ancora Gianluca al mio fianco quando si comincia il primo strappetto impegnativo, il cartello della strada indica infatti il 14% di pendenza.

Metto subito il 23 e salgo bene saltellando sui pedali. Saranno 300 i metri da affrontare e quasi in cima superiamo due ragazzi con un tandem. Penso alla bella avventura che stanno vivendo e la mia considerazione già alta nei loro confronti sale ancora di più quando mi rendo conto che il ragazzo dietro è cieco e quello davanti gli sta dicendo quanto manca alla cima. Bravi davvero!
Breve discesa e poi un altro strappo questa volta al 15% seguito ancora da un altro un po’ più leggero.

Li passo tutti senza troppo affanno rimanendo molto tempo in piedi sui pedali per non rischiare i problemi muscolari dei giorni precedenti.

Arrivo così a Collinello; qui si gira a sinistra e si affronta un falsopiano con un po’ di discesa .
La prendo forte e raggiungo Ivano all’ingresso di Tessello dove la strada riprende a salire. So che manca poco allo scollinamento e cerco di spingere un po’ in questi ultimi metri tenendo il 21. Supero un po’ di gente anche sul saliscendi che precede la cima vera e propria e poi mi fermo un attimo per mettermi il giubbino antivento.

Cazzo! Sono l’unico che si è fermato!
In mezzo minuto mi tolgo i guanti invernali, mi metto il giubbino della società e riparto infilando alla meno peggio i guanti estivi. Appena posso prendo una cioccolata dalla tasca sinistra e mi mangio il mio premio per aver finito la prima salita.. Un sorso d’acqua e via giù per la discesa.

Vado forte e non rischio niente perché conosco la strada. Supero tanti che vanno giù abbastanza timorosi e quando alla mia sinistra si presenta la parete perforata della cava di tufo, so che sono quasi in fondo e velocemente tolgo il giubbino (non mi piace, è troppo largo e sbatte troppo con l’aria) e lo metto nella tasca centrale, tornando poi a spingere sui pedali.

Con la fermata in cima ho riperso contatto da Ivano. Sono a San Carlo, c’è qualche chilometro di pianura e raggiungo un gruppetto di 5 persone. Un tizio con una mountain bike ci supera; io sono in coda e aspetto, ma nessuno si aggancia.
Il gruppo di Ivano è a 200 metri e se monte Cavallo non fosse così vicino proverei da solo, mi sento veramente bene.

Al diavolo, questi sono morti, non posso stare qui a perdere del tempo, devo fare qualcosa!
Passo in testa e mi impegno in una accelerata decisa, meglio ridurre le distanze, l’importante è non esagerare.

Rimango subito da solo e all’entrata di Borello mi tolgo il caschetto e mi preparo per la salita. Non riesco ad agganciare subito il casco al manubrio e una serie di curve mi sorprende indaffarato. In tal modo perdo qualche secondo e quando riesco finalmente a mettere tutto a posto mi raggiunge uno proprio mentre alcuni cartelli già indicano a 300 metri la deviazione per il percorso medio, con l’inizio della salita dopo una secca svolta a destra. Rispondo al mio nuovo compagno di viaggio che mi chiede informazioni sul percorso e decido in un momento di fare la salita con la berretta di lana e di non mettere la fascia per la fronte (non fa caldo e la berretta è sufficiente per fermare il sudore).

50 km e tornante secco a destra, è l’inizio di monte Cavallo. Un monovolume Opel mi supera dieci metri prima del tornante e praticamente si ferma a metà curva avendo sbagliato una cambiata. L’imprecazione esce da sola mentre mi lascio alle spalle quest’imprevisto e mi concentro sulla salita che sto affrontando. Un paio di tornanti e un tratto tranquillo seguito poi ancora da un pezzo impegnativo, al termine del quale raggiungo Ivano.

Quasi un chilometro l’abbiamo superato.
Ci sono adesso i due chilometri più impegnativi; si comincia con un primo tratto al 14% che viene replicato da un altro dopo qualche centinaio di metri di pendenza più abbordabile.
Prendo il mio passo e salgo alla velocità che tengono anche i miei vicini. Non ci sono gruppi o gruppetti su questa salita, siamo tornati ad essere un lungo serpentone che si snoda lungo il fianco di questa altura. In alto si vedono le sagome di quelli che sono già quasi in cima. Lentamente, ma con costanza, avanzano in mezzo al verde; sembra una processione che nessuno può fermare. Tra poco ci sarò anche io su quel tratto di strada a pensare che ormai è fatta e a guardare dai tornanti quelli che sono appena all’inizio.

Devo però rimanere concentrato, non mi faccio distrarre più di tanto da quello che mi accade intorno, vedo che sotto le ruote scorrono scritte in giallo che inneggiano ad una certa Claudia e ad un certo Zac, con un gruppo di spettatori che, in lontananza, incita proprio questa Claudia. Già, le persone…. Sono tantissime e ammucchiate nei tratti più difficili.

Cavoli, mi sento quasi un corridore vero che attraversa la folla, peccato non ci sia qualche tifoso solo per me, sarebbe proprio entusiasmante. Tutte impressioni e stati d’animo più che pensieri veri e propri; non si può pensare a queste cose davvero, altrimenti si sente subito la fatica; concentrazione, grinta e lo sguardo fisso sulla strada due metri avanti, ecco a cosa si deve pensare in questo momento e così la strada passa e la cima si avvicina. La fatica in questo modo si sente solo nelle gambe e non nella testa, andiamo avanti.

Supero una ragazza e affronto un tornante a destra. Il tratto peggiore è finito, ormai rimane un pezzo al 10% ed il resto con una pendenza ancora minore, in tutto circa un chilometro, prima del falsopiano finale. Dopo il tornante mi giro a cerca Ivano, ma non lo vedo; allungo lo sguardo più in basso, ma un’altra curva mi cambia la visuale e mi presenta un’altra vallata. Non rimane altro che collinare. In cima c’è il secondo punto di ristoro.

La strada è bloccata, tanta è la gente che si accalca verso il rifornimento, al punto che mi devo quasi fermare per trovare un varco e proseguire. Non ho nessuna intenzione di fermarmi; ho con me da mangiare, la borraccia è quasi piena ed ho già perso troppo tempo quando mi sono fermato per il giubbino sulla salita precedente.

56 km percorsi, praticamente metà gara, mi metto il casco.
Comincio la discesa; è abbastanza lunga e devo vestirmi per non prendere troppo freddo. Non riesco ad indossare il giubbino nel primo rettilineo e affronto la prima curva a destra con l’indumento ancora nelle mani, mentre sul lato esterno della curva qualcuno sta risalendo in bici con ampie abrasioni su una gamba.

Una curva a sinistra e poi un lungo rettilineo che mi permette di vestirmi e di mangiare qualcosa. Tiro fuori il sacchetto con i due panini che sono un pochino sbriciolati e schiacciati. Prendo uno dei pezzi più grandi (circa ¾ di un panino intero) e butto il resto. Un sorso d’acqua e giù in picchiata mentre sulla mia destra scompare il paesino di Teodorano.

Conosco la strada e così anche questa volta posso permettermi di scendere molto forte rispetto agli altri, sempre senza prendere rischi inopportuni. Quasi in fondo ci sono dei tornanti, la velocità si riduce e posso prendere dalle tasche ben due premi per la salita superata da poco. Divoro le due cioccolate e arrivo quasi alla fine della discesa quando vedo in uno degli ultimi tornanti che c’è qualcuno che è caduto, probabilmente arrivando lungo. Con lui ci sono delle persone che lo coprono con una coperta per tenerlo caldo in attesa dei soccorsi.

Fine discesa, bivio, curva a destra; mancano 5 chilometri a Meldola. Siamo in quattro, due della stessa società, un altro ed io. I più forti sembrano essere i due compagni che affrontano con decisione i primi saliscendi che ci si presentano. Memore della fatica fatta durante il sopralluogo lungo questo tratto traditore, li copio e metto il 39. Subito raggiungiamo uno, mentre un altro si stacca. I due compagni si danno un paio di cambi tra di loro senza aumentare più di tanto l’andatura, secondo me hanno nelle gambe un passo superiore; resto a guardare per un po’, poi mi metto davanti e vedo a duecento metri circa altri tre corridori. Voglio raggiungere quelli davanti e fare un gruppetto discreto per affrontare il tratto fino a Fratta Terme lungo il quale dovrebbe esserci il primo vento di giornata. Quando sono davanti aumento la velocità in progressione (per non strappare) e mi avvicino ai tre. Arrivato a 50 metri ho la tentazione di spostarmi e fare chiudere il buco a qualcun altro, ma poi decido di farlo da solo e rientro sui tre.

Siamo a Meldola. Mi giro e mi accorgo che non mi ha seguito nessuno. Giriamo a destra per Fratta Terme che dista 4 chilometri e in quel momento comincio ad avere delle fitte al fegato, fitte particolarmente dolorose quando respiro profondamente.
Merda! E adesso?

Mi è già successo un paio di volte anni fa e so che devo rallentare. Cerco di non sforzare, ma anche di rimanere nel gruppo che ho appena raggiunto. Superiamo un altro gruppetto di 7-8 persone, ma il dolore non passa, sono costretto a rallentare almeno un pochino. Mi lascio sfilare e provo a mettermi dietro a quei 7-8 che mi hanno appena ricuperato. Il calo di ritmo non è ancora sufficiente e devo staccarmi leggermente anche da loro. Intanto siamo arrivati a Fratta Terme, mancano solo 35-40 chilometri, ma sono preoccupato per il male al fegato e tra poco c’è lo strappo più duro.

Mi ritrovo con un signore a fianco che si mette a parlare e dice che abbiamo fatto 69 chilometri (io ne segno 67) e che abbiamo rimasto solo 5 chilometri di salita e poi è fatta. Rispondo a monosillabi, più per cortesia che per altro. In realtà sto cercando di mantenere una respirazione regolare e poco profonda per provare a migliorare la situazione.

Arrivo all’inizio della salita che non sto certamente bene, ma il calo di velocità un po’ è servito. Adesso sono fiducioso per la salita, anche se dopo rimangono ancora almeno altri 30 chilometri con l’incognita respirazione; più che altro mi dispiacerebbe perdere tempo per un problema non dovuto a crampi o a fatica normale.

Il cartello scritto a mano indica 5 chilometri di lunghezza e una pendenza variabile dal 6% al 16%. Il signore che è con me, scherzando con alcuni spettatori, parla di inizio del calvario. Io non dico niente cercando di non peggiorare la situazione. Ci sono 3-4 tornanti che fanno salire la catena subito fino al 23 e poi un rettilineo brutale di 250-300 metri con la pendenza massima.

Prendo i tornanti piano piano (la velocità è dettata dalla respirazione e non dalla fatica), molti mi superano. Quando arrivo al rettilineo vado abbastanza bene e proseguo con il mio ritmo superando qualcuno, mentre una piccola folla si è radunata attorno a quello che è il pezzo più duro in assoluto. L’incitamento della gente conta eccome! Non è come quando esci normalmente e arrivi in cima ad una salita; se c’è qualcuno vedi che ti guarda come se dovesse giudicarti. Allora cerchi di sembrare meno stanco di quello che sei veramente.

Qua, invece, è tutta un’altra situazione e lo si percepisce in pieno. Tutti sanno che chi passa sta facendo fatica e si sta impegnando al massimo; c’è chi va piano e chi va forte, ma alla gente non importa; “Bravo!” ti dicono “Dai che è finita!” e senza rendertene conto ti arriva un po’ di energia.
E’ chiaro il rispetto per chi sta facendo fatica, sono tutti lì per applaudire; è il pubblico che si è spostato per andare a vedere la corsa, non è la corsa che passa dove c’era già la gente.

E così arrivo in cima più fresco (seppur col fegato che duole) di quanto potevo sperare all’inizio.
Bene, curva a destra dove la salita si fa più dolce. Posso mettere il 21 e continuare al risparmio, ci sono ancora un paio di chilometri prima di scollinare e li faccio in compagnia di altri due. La preoccupazione per il fegato è passata, mi sento meglio, sono quasi convinto che con la discesa tutto possa sistemarsi. L’unico rammarico è quello di dovermi limitare in questo tratto; gambe e fiato sono a posto, potrei salire molto più forte di come sto andando, ma se respiro a fondo sento ancora delle fitte, devo andare tranquillo almeno fino in cima.

Eccola qua la cima, sono arrivato a Polenta; guardo il computer: il cronometro segna3 ore e 20 minuti, la media è 25,2 km/h, niente male. C’è l’ultimo ristoro, questa volta mi fermo, bevo un succo di arancia e riparto dopo pochi secondi, con il problema al fegato che non c’è più.

Niente giubbino, non bisogna perdere tempo e ormai la discesa non è più tanto lunga. Un’ultima cioccolata e via a recuperare più che si può. Siamo tornati sulla strada che abbiamo già percorso all’inizio. A metà discesa c’è un bivio dove si gira a sinistra e ci si immette nel percorso corto (quello dei 64 km). In fondo raggiungo un altro dell’USC (tale Scalini) proprio mentre ci si presenta una salita inaspettata.

E’ un lungo rettilineo abbastanza insidioso. Lo prendo con calma, non conosco questa strada e non so se la salita finisce dopo la curva che si vede lassù oppure se continua ancora. Di nuovo siamo un unico groppone, la salita riduce la velocità e accorcia le distanze.
C’è qualcuno che sale a piedi, un tizio che sembra ancora abbastanza fresco rompe la catena (che sfiga!), altri si fermano a riprendere fiato.

Un signore è seduto compostamente sul bordo della strada, con la bici stesa al suo fianco; dà le spalle alla salita e tiene lo sguardo fisso in direzione contraria al senso di marcia, quasi una forma di astio nei confronti di tutte le salite del mondo. Eccolo lì, impassibile. Evidentemente altri hanno avuto la mia stessa impressione, tanto è vero che qualcuno con preoccupazione gli chiede se sia tutto a posto. Il tizio, imperturbabile, risponde di sì e noi continuiamo la salita.

Un ragazzo arriva in moto e si ferma in una casa poco più avanti; un tale di fianco a me chiede informazioni ed il ragazzo spiega che restano ancora 600 metri duri come il tratto che stiamo percorrendo. Questa è una grande notizia, sto per terminare l’ultima salita della giornata.
Sbuco nella strada principale all’ingresso di Bertinoro, sono da solo e mi lancio di nuovo in discesa a tutta.

Davanti a me vedo tre corridori a 100 metri uno dall’altro, poi in un rettilineo scorgo anche un gruppettino laggiù in fondo, a non meno di mezzo chilometro. O li prendo subito, prima che cominci la parte controvento, oppure sarò costretto ad attendere che arrivi qualcuno da dietro per andare all’arrivo.

Ci provo!  Supero due in discesa e quando arrivo sulla pianura ne ho un altro a 50 metri, mentre il gruppetto è a soli 200 metri. Stringo i denti e faccio l’ultimo sforzo, provando a tenere la velocità sui 45 km/h. Arriviamo all’incrocio dove si riattraversa la via Emilia. Quelli davanti tentennano un attimo perché c’è un semaforo rosso; c’è anche un vigile però, che ci fa passare e qui guadagno quel poco che mi permette di rientrare, proprio in prossimità di un cavalcavia.
Siamo in 5, 6 con quello che prendiamo poco dopo. C’è anche l’altro di Castello, quello che mi aveva staccato arrivando a Bertinoro.

Subito tirano in 3, poi quando il vento diventa più intenso, ci mettiamo a tirare tutti quanti a turno. Ripassiamo da Santa Maria nuova e qui il vento soffia ancora più forte. Viaggiamo sui 31-33 km/h.

Quello davanti a me fa il furbo e si sposta dopo solo 50 metri che era davanti; è il mio turno e mi metto in testa aumentando un po’. Faccio i miei 700-800 metri e mi sposto verso il centro della strada rallentando un po’.

Non passa nessuno.
Allora scendo fino ai 29 km/h, poi 28, poi c’è un cavalcavia che inizio ai 27 e termino intorno ai 22 orari. Prima o poi qualcuno passa perché altrimenti io continuo a rallentare.
Infatti così accade e torniamo sopra i 30 km/h. A parte questo malinteso, andiamo avanti collaborando tutti quanti.

Superiamo il cartello dei 10 Km, poi attraversiamo il comune di Pisignano e poi ecco anche il cartello dei 5 km.
Qui sono un po’ in difficoltà: la strada ha girato ed il vento soffia lateralmente. Siamo sistemati a ventaglio ed io prendo un sacco di vento anche se non sono in testa. Intanto ci ha raggiunto un gruppo di 30-40 corridori che si sono accodati a noi. Sto faticando troppo e, dato che la strada non gira, decido di lasciarmi sfilare dagli altri per poi mettermi dall’altra parte al riparo dal vento prima di cuocere del tutto. Ci riesco e da questo momento non ci sono più problemi.

In testa al gruppo si sono avvantaggiati in quattro grazie ad un buco provocato dal vento, ma va benissimo anche così.
Passiamo davanti all’Hotel Ficocle e ci immettiamo nella cervese. E’ fatta ormai, non si sente più neanche la fatica.
Ecco di nuovo l’adriatica, il passaggio a livello, la curva a destra sul ponte che ci fa superare il canale. Rimane solo ancora qualche altra curva prima di entrare nel centro storico di Cervia.
Mi sto emozionando, ho gli occhi quasi lucidi.
Siamo parecchi e la strada si restringe, qualcuno dice: “Ragazzi non cadiamo adesso!”.

Siamo sul viale del Grand Hotel. Curva a sinistra e ci appare il rettilineo finale con lo speaker (è Bruno Achilli di Erreuno Tv) che dice: “bravi, bravi”.

Passiamo sotto l’arco dell’arrivo e subito dopo sulle pedane del cronometraggio.

E’ finita !!!

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