Adesso Basta – Simone Perotti

Già da tempo, alcuni anni per la precisione, una certa idea mi frulla per la testa, tanto che le discussioni con gli amici spesso arrivano a trattare di questo tema.

La lettura del libro non mi ha portato molte idee nuove, ma ha contribuito ad allargare lo spettro di motivazioni che spingono verso certe decisioni oppure, se vogliamo pensare più in piccolo, mi ha reso più determinato nel dare priorità ad alcune cose della vita a scapito di altre.

Insomma, per farla breve, questo libro contribuisce a pensare, a porsi domande e fare delle scelte.

La storia è presto detta: Simone Perotti era un manager di alto livello che, lavorando per numerose multinazionali, viveva la classica vita dell’uomo in carriera.

Riferendosi ai nostri tempi si può dire che avesse tutto tranne una cosa: tempo libero.

Con il passare degli anni certe cose per lui hanno perso valore, mentre altre sono diventate prioritarie, fino al punto da fargli prendere decisioni drastiche come quella di abbandonare la carriera e provare a guadagnarsi da vivere scrivendo e navigando in barca a vela.

“Adesso basta” racconta la sua vicenda personale.

Perotti non scrive il solito libro che promuove iniziative personali, basato su visioni di felicità raggiungibile solo con cambiamenti drastici dello stile di vita. Mi riferisco ad esempio alla collana di titoli “E’ facile smettere di fumare se sai come farlo” oppure “E’ facile perdere peso se…”. Questo tipo di libri è composto quasi integralmente da frasi che portano ad immaginare quali meravigliose cose potresti realizzare se prendessi la decisione di smettere di fumare ( ad esempio ) e come cambierebbe la tua vita in seguito a tale decisione.

Sembra uno di quei master per venditori dove ci si carica a vicenda e ci si esalta sempre più. Quello è un vero e proprio lavaggio del cervello finalizzato a prendere decisioni importanti e drastiche, ma poi una volta che queste decisioni sono state prese per davvero, ci si ritrova abbandonati a se stessi e se non si riesce a portarle avanti in maniera soddisfacente, arriva questa ulteriore responsabilità ad aggravare un peso psicologico già importante.

Perotti, invece, non fa nulla di tutto questo.

Nessuna decisione drastica, nessuna presa di posizione dettata da situazioni contingenti, nessun sbattere la porta dovuto allo stress, anzi.

Ad un certo punto del suo racconto dice chiaramente che la decisione di cambiare stile di vita può avere successo solamente se presa con calma, ponderata molto bene valutandone tutti gli aspetti ( economico, sociale, ecc. ), costruita attraverso un percorso che richiede una decina di anni di preparazione e soprattutto vissuto nella sua conclusione pratica con atteggiamento veramente sereno.

Il momento del distacco dalla vecchia routine, il downshifting come viene chiamata questo tipo di decisione, deve avvenire quando si è particolarmente sereni e a completamento di un lungo percorso. Se si sta passando un periodo di stress lavorativo o viceversa si è troppo carichi ( vedi il lavaggio del cervello accennato in precedenza oppure troppo esaltati per un risultato raggiunto ), ebbene la cosa da fare è assolutamente temporeggiare, lasciare passare questo periodo di forte stress o di esaltazione e attendere il ritorno alla normale routine.

Mai e poi mai lasciare che le emozioni facciano scegliere il momento. Sarebbe controproducente e porterebbe dubbi che non devono esserci.

Un aneddoto raccontato da Perotti è forse il più significativo di tutti: a circa sei o sette anni chiese alla madre quando sarebbe potuto andare a vivere da solo. Quando avrebbe avuto i soldi per mantenersi, fu la risposta. Verso i 24 anni, il giorno successivo alla firma del suo primo contratto (un semplice incarico annuale e non un lavoro a tempo indeterminato), cercò e trovò casa.

Da subito: panni da lavare, cucinare, mettere in ordine la casa, problemi col vicino… Finito il trasloco ed affrontati questi primi problemi, destinati a diventare una delle cose da gestire con continuità, una sera Perotti si fermò a pensare alla situazione.

“E adesso?” era la domanda. Aveva fatto tanto per trovare un lavoro e andare a vivere da solo e in quel momento, di fronte a tutti questi nuovi impegni, si sentiva perduto, aveva la sensazione di aver commesso un grosso errore…

Col passare dei giorni però, Perotti racconta che riuscì a capire quanto fosse importante per lui quel senso di libertà che era entrato a fare parte della sua vita e capì che questa cosa lo stava ripagando di tutti i sacrifici dovuti ai nuovi impegni.

A mio parere questa parte è estremamente emblematica di tutto quanto viene espresso nel libro.

La ricerca di un sogno, il lavoro per arrivare a quel risultato, i dubbi che con forza si fanno strada appena presa una decisione e l’analisi della situazione nel suo complesso, sono esattamente le prove e i passaggi che l’autore dice si debbano superare per raggiungere con successo il traguardo di una vita con più soddisfazioni.

Qualche riflessione…

Noi siamo la prima generazione nella storia che non ha vissuto in prima persona guerre, epidemie, fame… Chi è nato dopo la seconda guerra mondiale in un paese sviluppato, non ha conosciuto nulla di tutto ciò.

Guardando i nostri genitori vediamo persone che si godono la vecchiaia, sono entusiasti della loro vita. Stanno vivendo gli anni d’oro. Hanno visto il dopoguerra con la sua povertà, quando si lavorava per poter mangiare. La loro è stata una vita sempre in costante miglioramento, fino ad arrivare all’età della pensione e godersi finalmente il meritato riposo.

Ma attenzione: non è tanto ciò che hanno oggi a renderli felici, ma è il confronto con ciò che non avevano.

Per noi non è così.

Noi generazione di quarantenni siamo diventati adolescenti in un periodo vuoto come gli anni ottanta, senza ideali e senza prospettive sociali. Quando saremo anziani noi, le cose le vivremo in maniera diversa: non siamo partiti da un livello abbastanza basso per essere soddisfatti anche da vecchi. La nostra vita è cominciata avendo già come acquisite tutte le necessità primarie.

Quando saremo vecchi semplicemente ci renderemo conto che abbiamo passato ( buttato via? ) i nostri anni d’oro lavorando…e allora sarà troppo tardi.

Il momento migliore della nostra vita è questo.

“Non facciamoci illusioni. Noi non abbiamo avuto fame. Chi non ha conquistato a forza di braccia e sudore il proprio destino, generalmente fa fatica a godere delle proprie fortune”.

Spesso la decisione di uscire dallo schema classico di vita è vista dagli altri come una cosa strana. In un certo senso si diventa quello che è uscito dalla strada percorsa da tutti e si rimane isolati, almeno psicologicamente. I discorsi fatti in precedenza con gli amici, del tipo: “Eh…sarebbe bello ma bisogna lavorare” insieme a tutto quanto espresso da Simone Perotti nella prima parte del libro, rischiano di trasformarsi, dopo una prima fase di sincero apprezzamento accompagnato anche da una punta di invidia, in altre frasi classiche: “Certo, lui ha fatto la sua scelta, ma era in condizioni di poterla fare…” ( opzione ‘bella cosa, ma data la mia situazione io non potrei fare lo stesso’ ) oppure: “Ma guarda un po’ che decisione, è ben strano quello lì…” ( opzione ‘quello non deve essere a posto del tutto, se ne accorgerà…’ ).

In ogni caso uno dei risultati pratici di una scelta controcorrente è data dal fatto che la maggior parte delle persone non riuscirà a comprendere le motivazioni vere di tale decisione e a vedere la cosa dall’opportuno punto di vista, in conseguenza di ciò, giusto o sbagliato che sia, ci si isola un po’ dagli altri.

Questo tipo di “solitudine” è da considerare e da mettere in preventivo. Resta da valutare a livello personale se questo “prezzo” sia caro o a buon mercato. I vantaggi di una scelta di libertà compensano gli svantaggi?

Nel lungo e ben fatto capitolo Cominciamo a lavorare, Perotti affronta la classica domanda “Sí sì, bravo! Belle parole, ma tanto il problema è quello dei soldi. Come fai senza stipendio o con uno stipendio più basso? Non l’hai ancora detto…”

La risposta è chiara e perentoria. Questo non è il problema principale. Prima c’è ben altro. C’è da affrontare la solitudine e il fatto di dover riempire il tempo mentre gli altri vanno a lavorare.

E’ questa la depressione da pensionamento o da troppo tempo libero che di questi tempi è all’ordine del giorno.

Questa paura mai affrontata in modo chiaro è ciò che rende difficile il downshifting.

Quanti di quelli che dicono che vorrebbero smettere di lavorare sono mai stati al cinema da soli, ad esempio.  Oppure al ristorante, a una mostra, a visitare una città, a una partita o un altro evento sportivo…  Se pensare di andare al cinema da soli mette a disagio o ci fa sentire in qualche modo “strani”, allora è meglio smetterla col dire cose che in fondo non pensiamo ed essere più sinceri con noi stessi: se non lavorassimo oppure se avessimo un impiego part-time, in breve avremmo problemi per il troppo tempo da dover passare con noi stessi.

Se invece siamo persone che godono dei momenti passati in solitaria e li sfruttano con enstusiasmo per fare tante cose appassionanti e viceversa, quando si trovano a dover frequentare posti alla moda che non li soddisfano, sentono di stare perdendo del tempo prezioso, allora direi che possiamo provare a leggere questo libro fino in fondo e vedere che succede.

La difficoltà più alta, ripete in continuazione Perotti, è questa e non il denaro.

La vita non è necessariamente riuscire a fare tutto quello che si vuole. Bisogna avere tanti sogni ambiziosi, ma che siano realizzabili. Lo scopo è quello di realizzarne uno e poi cercare di passare al secondo per realizzare anche quello.

Nel capitolo Igiene Comportamentale viene affrontato l’argomento economico.

Nell’ambito di un bilancio aziendale la cosa più incisiva e più facile da mettere in pratica, almeno in partenza, è il controllo e la riduzione dei costi. Una riduzione dei costi, intesa principalmente come lotta agli sprechi, è ciò che più facilmente può contribuire all’aumento del margine netto. Nell’azienda persona, cioè noi stessi, vale lo stesso discorso.

Quanti sono quelli che hanno un’idea abbastanza precisa di come spendono il proprio stipendio? Basta fare un’analisi anche solo per macro-categorie con lo scopo finale di avere un quadro della situazione.

Così si avranno dei dati su cui meditare.

La ricerca della libertà è un percorso lungo e impegnativo, ma passa prima di tutto attraverso una piena consapevolezza della realtà e dei bisogni, dove per bisogni non si parla assolutamente solo dei bisogni primari, ma vanno considerate tutte quelle cose e quei consumi che “veramente” contribuiscono ad avvicinarci alla libertà di essere felici.

Un esempio per tutti: quanti sono coloro che in periodo di stress o di piccola depressione, escono e vanno a comprarsi qualcosa di cui non hanno bisogno? E come mai questo gesto, probabilmente inutile al lato pratico, ci fa stare meglio?

Non sarebbe il caso di smetterla con le ipocrisie e chiedersi che cosa ci fa stare bene per davvero? Perché se non abbiamo bisogno di una cosa, il solo fatto di comprarla migliora l’umore o scarica la tensione? E’ ovvio che il problema sia un altro e che l’acquisto di un bene inutile sia un pagliativo.

E allora torniamo alla domanda classica: “Facile parlare di migliorarsi la vita, ma con i soldi come la mettiamo?” La mettiamo, intanto, con il cominciare a guardare come il denaro viene speso, poi con il guardarsi dentro per affrontare le cose per noi negative. Allora forse potremmo ridurre una parte dei consumi non perché dobbiamo risparmiare, ma perché ci saremo resi conto che servono per curare qualcosa che stiamo già curando in maniera diversa e magari più efficace.

E’ un po’ come la raccolta differenziata: perché devo buttare insieme a tutto il resto roba che può essere riciclata? Per associazione: perché devo comprare qualcosa che non mi serve per quello che è e quindi ne farò un uso a dir poco moderato?

Forse, cerca di far capire Perotti, se non fossimo legati per così tanto tempo ad un lavoro che non ci dà abbastanza soddisfazioni, avremmo più spazio per le nostre passioni, vivremmo con un livello di soddisfazione più elevato e, ripeto il forse, non dovremmo ricorrere ad acquisti inutili per contrastare questa insoddisfazione di fondo…

Completiamo il ragionamento dicendo che a questo punto non avremmo bisogno di quella quota di lavoro che serve per guadagnare il denaro necessario per questo tipo di acquisti.

Allora magari il discorso che il denaro non è l’ostacolo più importante non è poi così fuori dal mondo e il consumismo estremo e lo shopping compulsivo sono specchio di altri bisogni più profondi.

Una certa forma di risparmio “consapevole” non ha niente a che fare con il tirare la cinghia o il privarsi di cose importanti.

Quello che il buon Simone Perotti con questo libro vuole comunicare è che non tutti sono in grado di fare scelte drastiche come la sua, ma molti, davvero più di quanti si possa pensare, hanno la possibilità reale di migliorare la propria qualità di vita guardandosi dentro e rispondendo a poche importanti domande: sono soddisfatto? Cosa mi piace veramente? Cosa mi serve veramente? Cosa posso fare in concreto per cambiare le risposte a queste domande?

Un esempio mi è venuto alla mente durante la lettura di questo libro.

Consideriamo un donna che è impiegata per 8 ore al giorno e nel tempo libero (direi assai poco) si occupa di volontariato.

Io vivo in Romagna e da noi una forma di volontariato consiste, per tradizione, nel preparare la pasta fatta in casa per le diverse sagre paesane.

Mettiamo il caso che questa donna selezioni un po’ le proprie spese eliminando le cose più inutili. Allora avrà bisogno di meno denaro. Le piace fare la pasta fatta in casa e trova molta soddisfazione personale nel fare volontariato, si sente utile.

Ora immaginiamo uno scenario: questa donna si impegna a non sprecare i soldi duramente guadagnati con un lavoro che non la soddisfa e quindi risparmia. Fuori dal periodo delle sagre continua ogni tanto a fare la pasta, ma questa volta magari la fa per una trattoria guadagnandoci anche qualcosina.

Col tempo, dopo qualche anno, questa persona ha cambiato il proprio fabbisogno economico, ha risparmiato qualcosa che le dà un pò di sicurezza e si decide per una scelta importante. Non lavora più a tempo pieno ma solamente part-time. Occupa solo una parte del tempo che il lavoro ha liberato, per fare la pasta ( attività che la soddisfa ), ma ora la pasta viene fatta tutta per la trattoria ( diventando così fonte di guadagno variabile in base a quanto tempo viene dedicato al fare la pasta ) e continua ad occuparsi di volontariato, ma in modo diverso da prima. Magari fa la cameriera o sta alla cassa o aiuta a pulire e a tenere i conti.

Risultato: dal punto di vista della soddisfazione c’è una diminuzione del tempo richiesto dal lavoro classico ( poco soddisfacente ), un aumento del tempo dedicato a fare la pasta ( soddisfacente a patto che non diventi un impegno ossessivo ) e almeno lo stesso tempo di prima dedicato al volontariato, ma con mansioni diverse ( sensazione di essere utili agli altri conservata ).

Dal punto di vista economico, la riduzione dello stipendio da lavoro classico ( downshifting ) viene compensata dalle nuove entrate dovute al vecchio hooby diventato fonte di piccolo reddito aggiuntivo e dalla riduzione del budget personale dovuto alla mancanza di acquisti pagliativi.

Ognuno può valutare se e come la qualità della vita di questa persona sia cambiata e, nel caso, se sia migliorata o peggiorata.

“Spesso la vita la facciamo più dura di quello che è.  Se l’obiettivo non è fatuo, spesso viene raggiunto. Se ciò non avviene è perché non ci proviamo con convinzione.” queste le parole di Perotti.

Il capitolo finale Facciamo un po’ di conti ha come primo impatto quello di spezzare le gambe a chi fino ad ora aveva costruito castelli in aria. Il termine di paragone è lo stipendio di un manager. Il calcolo più “povero” viene simulato con una cifra di 3500 euro mensili… Come dicevo, roba da tagliare le gambe.

In realtà ciò che conta è l’idea, questo libro si propone di trasmettere un messaggio, non un metodo.

Il messaggio è quello di pensare bene alla vita e dare la giusta importanza alle cose che contano di più.

Il downshifting serve proprio a questo: stabilire le priorità e capire che la scelta di diminuirsi lo stipendio decidendo di lavorare meno, porta un sacco di vantaggi.

Il vero benessere si misura con quello che puoi decidere di fare e non con quello che puoi comprarti.

Quando discutiamo tra amici propongo sempre questo giochetto: scrivere 10-15 cose che si vorrebbero fare. Dopodichè dividerle in due categorie, da una parte quelle che non si riescono a fare per mancanza di denaro, dall’altra quelle che non si riescono a fare per mancanza di tempo.

Tirare le somme e provare a discutere dei risultati.

Sono più numerose le cose della categoria “mancanza tempo”?  Pensiamo a come usiamo il nostro tempo e quali ritorni ne abbiamo.

Sono più numerose le cose della categoria “mancanza denaro”?  Allora potremmo pensare di lavorare di più, se il nostro impiego ce lo permette, oppure trovare una piccola attività che saltuariamente ci permetta di arrotondare le entrate.

Spesso però questa soluzione non serve a diminuire il numero dei desideri incompiuti, ma ha il solo risultato di spostare alcune cose da una categoria all’altra. Se lavorando di più accumuliamo il denaro necessario, ma poi non abbiamo più  il tempo per usufruirne e finiamo con l’essere messi peggio di prima.

Non pensare al paradiso tropicale, ma ad una qualità di vita migliore, passa per altre cose secondo me.

Un esempio l’ho già fatto citando la signora che facendo la pasta fatta in casa arrotonda le entrate e si può permettere di lavorare meno anche grazie ad una riduzione delle spese inutili.

Un altro esempio può essere il seguente: prendiamo una persona che, diciamo a 45 anni, termina di pagare il mutuo sulla casa. Finalmente può avere a disposizione l’intero stipendio.

Ne approfitta per togliersi qualche voglia dopo anni di sacrifici, ma ben presto si ritroverà col mettere da parte qualcosa. A questo punto una scelta può essere quella di continuare come prima e cominciare ad accumulare risparmi. Quando il denaro sarà abbastanza, ecco che si potrà pensare ad una casa più grande oppure ad alzare il tenore di vita con nuovi acquisti. Nuovo mutuo, nuovi debiti, nuova dipendenza dal lavoro e la vita continua come prima.

Oppure si può decidere, una volta messo da parte qualcosa, di ridurre l’impegno lavorativo e trovare un impiego part-time.  Per anni si è vissuto tutto sommato in maniera dignitosa e senza grandi problemi con un mutuo sulle spalle e adesso che questo debito non c’è più, che cosa vieta di barattare quella quota di stipendio che passava appena per il conto corrente prima di finire nella rata mensile, con due o tre ore di tempo libero in più al giorno?

Qualcuno ha deciso per questa seconda ipotesi e né è pienamente soddisfatto: la mia sorellina, tanto per non rimanere nel vago.

Simone Perotti dice che in molti, moltissimi casi, quello che ci vieta questo non è il lato economico, ma la paura di prendere una decisione che presenta sotto altri aspetti le difficoltà maggiori.

Concludo questo mio lungo commento alla lettura del libro facendo un mio piccolo pronostico.

Molti in questo periodo di crisi si trovano in cassa integrazione o stanno vivendo un periodo di forzata riduzione dell’orario di lavoro.

Lo stipendio ovviamente risulta decurtato in maniera direttamente proporzionale.

Ebbene, sono convinto che una volta passata la crisi e ritornato lo stipendio intero, ma anche gli orari e i ritmi di un paio di anni fa, molti rimpiangeranno (sensazione di precarietà a parte) questo periodo di poco lavoro che portava in cassa meno denaro, ma lasciava molto tempo a disposizione.

E sono convinto che in tanti, a quel punto, farebbero volentieri un passo indietro, ma quasi nessuno ne avrà il coraggio.

Credo che in pochi saranno artefici del proprio destino e quasi  tutti si sobbarcheranno i carichi di lavoro necessari.

Sarà però difficle dimenticare quando, seppur con meno denaro in tasca, si potevano fare molte più cose.  Una su tutte: poter decidere di fare una cosa che ci piace.

Il rischio concreto è che il senso di frustrazione diventi ancora più forte di prima.

Ma forse tutti questi pensieri non possono portare a niente, in fondo si tratta solo di un libro…

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