Tibet – Perchè non se ne parla?

Giornata dalle molte facce quella appena trascorsa. Nel giorno in cui il Dalai Lama visita Bolzano e Trento per un progetto a favore di Tibet e Nepal, nel giorno in cui il vertice Iccat (la Commissione Internazionale per la Conservazione dei Tonnidi nell’Atlantico) delibera la riduzione del 40% della pesca del tonno rosso per contrastare il rischio estinzione, in questo stesso giorno dicevo, il presidente Barack Obama ha incontrato Hu Jintao, presidente cinese.

I due hanno affrontato diversi argomenti: politica estera parlando dell’Iran e del suo programma nucleare, andamento dell’economia mondiale parlando delle forme di protezionismo più o meno nascoste ed anche, giusto per rimanere in tema con quanto detto sopra e cioè il rischio estinzione, del Tibet.

Ricordo che Obama non è nella condizione di dare disposizioni di nessun tipo alla Cina, avendo gli Stati Uniti un enorme debito economico nei suoi confronti. Deve quindi misurare le parole e cercare di non forzare troppo la mano, consapevole del resto anche del fatto di non essere ancora riuscito a chiudere Guantanamo.

Ecco allora che viene ribadita la sovranità cinese per quanto riguarda Taiwan, vengono citati i “valori universali” e viene assicurato il pieno appoggio americano nel processo di riavvicinamento per riprendere il dialogo con il Dalai Lama.

Non si parla specificatamente di diritti umani, ma di più generici valori universali, mossa politica per dire qualcosa senza essere troppo irriguardosi verso il presidente cinese.

Veniamo al dunque e colleghiamo tutti questi fili.

La settimana scorsa Roberto Saviano durante un’appassionante trasmissione televisiva ha detto che la nuova e peggiore forma di omertà è quella che porta a non voler sapere cosa sta succedendo in Italia e nel mondo. Ha invitato a leggere, ad informarsi e a diffondere notizie riguardo ai popoli oppressi dei quali nessuno parla.

L’avvicinarsi delle Olimpiadi, e la rivolta del 10 marzo 2008, aveva acceso l’interesse del mondo per la questione tibetana. In poche settimane si era passati dall’indifferenza alle prime pagine.

Giusto qualche mese di discussioni e di dibattiti senza nessuna presa di posizione e poi, una volta finite le Olimpiadi senza attentati e senza nessuna manifestazione di protesta eclatante da parte di chicchesia, tutto è tornato nell’oblio e del Tibet non si parla più.

Sembra tutto rientrato, ma non è così; semplicemente sono stati spenti i riflettori.

Ho appena terminato la lettura di un libro il cui titolo è Tibet 2008 – Verità Nascoste di Roberto Rivola che è un resoconto dettagliato di testimonianze raccolte durante un lungo soggiorno nella città indiana di Dharamshala, spesso base del Dalai Lama e di altre personalità di riferimento del buddhismo e del popolo tibetano.

Nell’anno delle Olimpiadi di Pechino la denuncia della persecuzione del governo cinese nei confronti della popolazione del Tibet porta a conoscenza di atrocità e tortura non immaginabili al giorno d’oggi, se non pensando forse a certe guerre tribali africane dove la pulizia etnica è all’ordine del giorno.

La storia dell’invasione cinese del Tibet è relativamente recente e non è mia intenzione, in questo ambito, fare riferimenti politici circa la sua legittimità.

Mi preme, invece, ricapitolare brevemente le vicende che hanno portato in India i personaggi che l’autore del libro ha conosciuto perché, mentre il presidente dell’Unione Europea José Barroso dichiarava di essere riuscito a strappare la promessa di riapertura del dialogo tra governo cinese e il Dalami Lama Tenzin Gyatso ( proprio come auspicato oggi da Barack Obama ), dall’India giungevano testimonianze di oppressioni, torture e uccisioni senza tregua nei confronti del popolo tibetano, ormai allo stremo.

I tibetani sono uno dei popoli più religiosi del mondo e senza dubbio il più pacifico. Queste parole del Dalai Lama fanno loro da guida:

Noi siamo visitatori su questo pianeta. Noi siamo qui per novanta o cento anni al massimo. Durante questo periodo noi dobbiamo cercare di fare qualcosa di buono, qualcosa di utile con le nostre vite. Se tu contribuisci alla felicità di qualcun altro, avrai trovato il vero scopo, il vero significato della Vita!”.

Non reagiscono mai alla violenza se non con la preghiera, anche a costo della propria vita. E la loro preghiera non è mai indirizzata all’ottenimento di qualcosa per sé, ma pregano affinché la compassione entri nel cuore dei loro persecutori.

Tutti gli anziani che vede lo scrittore sono arrivati in India attraversando l’Himalaya, sono tutti sorridenti e cordiali, ma tutte quante hanno storie terribili da raccontare. Sono scampati anche loro a un olocausto, solo meno pubblicizzato. Negli ultimi cinquant’anni sono stati uccisi due milioni di tibetani e nessuno ne parla mai.

Quelli che parlano con Rivola raccontano come stanno le cose.

La via della salvezza parte dal Tibet con i soldati cinesi in caccia dei fuggiaschi, passa per il Nepal con le guardie che chiedono soldi su soldi per il passaggio del confine e arriva infine in India per vivere in una condizione di povertà estrema. Solo una piccola percentuale sopravvive al viaggio. Chi ce l’ha fatta piange i morti in patria.

Nessun rifugiato ce l’ha con il popolo cinese, solamente con il governo. I tibetani sanno benissimo che anche i cinesi non se la passano molto bene. Il governo cinese è uno dei più sanguinari mai esistiti ma ben pochi osano parlarne ufficialmente, la Cina ormai è diventata una potenza economica troppo forte per tutti.

Nel libro si parla di persecuzioni a carattere religioso incredibili. Ancora oggi, dopo la firma di numerosi trattati ufficiali, chi ad esempio viene trovato con una fotografia del Dalai Lama viene incarcerato e quasi sempre torturato fino alla morte.

Un monaco racconta di celle due metri per due con cinque uomini richiusi per mesi e mesi, di celle singole due metri per uno completamente al buio per anni ( proprio come nel film “Papillon” ), di strupri continuati con pungoli elettrici per animali, di canne di bamboo sotto le unghie, di bruciature.

Tutti, donne, vecchi e bambini devono correre dalle sei alle otto e mezzo del mattino, tutti i giorni e per chi non ce la fa altre botte su botte.

Torture mai viste neanche nei film peggiori: ci sono uomini che vengono costretti a stare a piedi nudi sul ghiaccio fino a che la pelle non si attacca, poi vengono spinti e fatti cadere in modo da scuoiare la pianta dei piedi. La stessa cosa avviene con la schiena con i prigionieri appesi per i piedi a testa in giù e così via…non vado oltre.

Il libro reca l’introduzione di Pio d’Emilia, giornalista di SkyTg24 che all’epoca si trovava anche lui in India e che ha conosciuto direttamente l’autore.

Non è solamente un’opera di denuncia questo scritto di Roberto Rivola, è anche una testimonianza d’amore per un popolo e un modo per conoscere meglio il Buddhismo.

Un libro difficilmente reperibile che meriterebbe di essere letto da tutti proprio per quanto detto da Saviano; nel caso si fosse interessati sono pronto a prestare la mia copia e a farla girare.

La conoscenza e la diffusione di queste realtà impensabili è tappa obbligata per evitare questi silenzi colpevoli.

Tanti, direi quasi tutti, al termine “tibetano” associano le classiche immagini del film “Sette anni in Tibet” con i monaci, i monasteri, gli yak e gli sherpa, ma quasi nessuno potrebbe credere che tutto questo sia in pericolo di estinzione, altro che le balene…

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Archiviato in diritti umani, libri, politica

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