Roberto Saviano – La Bellezza e l’Inferno – Raitre 11 novembre 2009

roberto saviano

Scrivo queste cose a caldo, su raitre è appena terminato lo speciale di “Che Tempo Che Fa” con Roberto Saviano che parla della bellezza e dell’inferno, raccontando storie di libri e di persone.

Lo speciale comincia con un video che riprende in diretta la morte di Neda, la ragazza uccisa a Teheran durante le manifestazioni di protesta contro i brogli elettorali delle recenti elezioni presidenziali.

Neda sta manifestando come tanti altri ragazzi e viene colpita al petto da un colpo d’arma da fuoco che in pochi istanti la uccide.

La sua morte viene ripresa con un telefonino e tramite la rete viene subito inviata all’estero. La televisione inglese decide di mandarlo in onda nonostante la crudezza delle immagini. Grazie a questo telefonino milioni di persone in tutto il mondo vedono e posso sapere cosa sia accaduto e cosa accade ancora oggi in Iran. Neda è bella, è truccata, ha un cellulare, porta il velo. Anche altre giovani ragazze sono come lei. Lei muore sulla strada lì davanti al mondo intero, ad altre tocca una sorte peggiore, un destino pilotato dal regime fatto di strupri e violenze ripetute in luoghi nascosti agli occhi di chi non deve vedere. Per questi la morte è solo una liberazione dalla sofferenza.

Cosa facevano, quali erano le loro colpe? Fanno paura. Spaventano il potere. Volevano essere felici e testimoniavano la loro voglia di felicità mettendo un leggero trucco, parlando, vivendo in modo sereno. Erano pericolose.

Il racconto prosegue e il soggetto diventa lo scrittore nigeriano Ken Saro-Wiwa impiccato nel novembre 1995.

Con il suo romanzo “Sozaboy” ha fatto conoscere al mondo il constrasto esistente tra le immagini dei bambini con gambe sottili e ventre gonfio per la fame nel Delta del Niger e la ricchezza potenziale degli enormi giacimenti di petrolio esistenti nella zona.

Saro-Wiwa non era un idealista.Non aveva creato un movimento contro il petrolio e neanche aveva intenzione di farlo. Sapeva benissimo come va il mondo e sapeva di non poter fermare il progresso e gli affari economici. Cercava di mettere in risalto le differenze e indirizzare l’attenzione del mondo su quella questione, affinchè il petrolio potesse fare da volano per lo sviluppo dell’economia locale, dando in questo modo una speranza agli africani che muoiono di fame.

Per i suoi scritti e le sue apparizioni televisive venne prima incarcerato e poi condannato a morte.

Poco tempo dopo la sua esecuzione è stato approntato un processo per evitare il quale la Shell, proprio quella che sponsorizza la Ferrari, ha accettato di patteggiare pagando una cifra intorno ai 15 miliardi di lire, se non ricordo male.

Ma quale era la sua colpa? Anche lui diceva e scriveva parole che facevano paura a qualcuno.

Conoscere queste cose, parlarne e diffonderle, consente di tenere in vita le cose per le quali si sono impegnate queste persone. In comune c’è la paura che le loro idee fanno ai regimi oppressivi. Per questo bisogna continuare a mantenere vive le loro parole e di conseguenza  l’attenzione.

Saviano prosegue ed ecco che il suo racconto, dopo una partenza che ha toccato terre lontane, arriva dalle nostre parti. Per la precisione racconta qualcosa di Castel Volturno.

Parla dell’abusivismo edilizio, di permessi violati, di sentenze indecenti, di omicidi impuniti.

Ricorda l’uccisione di un uomo che ha denunciato i clan. L’omicidio avviene dieci anni dopo la sua denuncia e pochi mesi dopo la revoca della scorta. In questo momento sembra quasi stia parlando di se stesso; quasi una visione in prospettiva futura, un salto avanti nel tempo oggi che qualcuno, anche all’interno delle forze dell’ordine, definisce la sua scorta “non poi così necessaria”.

Parla infine anche della strage degli africani avvenuta nell’autunno del 2008.

L’uccisione dell’uomo aveva lasciato gli abitanti quasi indifferenti, in questo caso invece è proprio la numerosa comunità africana che si muove manifestando il proprio dissenso con fare deciso e determinato. Sembra un avviso: “Attenti a voi!”. Sono proprio gli africani che ribellandosi a quella strage, in qualche maniera difendono ciò che rimane del territorio locale.

La lotta alla malavita sembra dipendere da loro.

Qui mi sento di aprire una parentesi perché è vero che i fatti si sono effettivamente svolti come li ha raccontati il buon Saviano, ma le possibili interpretazioni sono diverse. Poche settimane fa ho visto un servizio che riguardava proprio quella strage; non ricordo la trasmissione e quindi non riesco a ricostruirne il contesto, ma ricordo bene che nel servizio si parlava di avvisi e regolamenti di conti tra bande che stavano pericolosamente incrociando gli interessi in ambito di droga. Traffico che pare sia in buona parte in mani africane.

Non conoscendo le diverse realtà non posso avere una posizione obiettiva al riguardo, però mi sembrava corretto segnalare che in un altro ambito l’analisi aveva portato a conclusioni molto diverse.

Rimanendo nella stessa zona geografica Saviano ricorda la figura di Miriam Makeka.

La cantante ha certamente in “pata pata” il suo brano più famoso.

Non è una canzone di denuncia, non parla di razzismo, non incita nessuno alla rivoluzione. Però anche questa fa paura perché parla di una ragazza che vuole solo danzare, che vuole essere felice: “pata pata” richiama il movimento dei fianchi quando si balla.

Per questa canzone la Makeba si prende 30 anni di esilio.

Un anno fa, il 9 novembre 2008, arriva a Castel Volturno per un concerto di solidarietà a favore della comunità africana e mette la propria musica a disposizione della causa. Non sta bene, ma vuole cantare lo stesso. Riesce a terminare il concerto, ma poco dopo muore.

Saviano fin da subito prova un certo senso di colpa e allora scrive una lettera pubblica di scuse alla famiglia perché Miriam Makeba era andata a quel concerto anche come gesto di solidarietà nei suoi confronti. La risposta della famiglia è chiara: “Non devi tormentarti, Miriam è morta in Africa.”

A questo punto arriva il momento delle riflessioni.

Scrittori, cantanti, giornalisti, gente comune. Tutti hanno qualcosa in comune: portano avanti le proprie idee, ognuno lo fa nel modo che più gli è congeniale: chi canta, chi scava nel torbido e chi semplicemente cerca di vivere in maniera più libera possibile.

C’è ovviamente anche chi scrive e la parola scritta diventa protagonista proprio perché rimane. La parola scritta può essere la speranza di questo mondo. Non a caso le dittature bruciano i libri scomodi e cercano di zittire gli intellettuali altrettanto scomodi.

La letteratura descrive la realtà e forse contribuisce anche a cambiarla. Non so se ci riesca, ma di sicuro ci prova.

Le parole possono essere pericolose sia per chi le scrive sia per chi viene descritto.

Saviano parla dei casi come il suo e dice che chi scrive parole pericolose viene spesso e con facilità delegittimato. La salvezza dell’autore è nelle mani del lettore.

L’autore ha l’unica speranza nel fatto che il lettore creda alle sue parole e non cada nella trappola della delegittimazione. Questa è la speranza dello scrittore e questa può diventare la speranza in generale.

I libri sono pericolosi, allora bisognerebbe leggerli anche solo per questo.

Con queste parole Saviano mi ha dato la risposta che non riuscivo a trovare da solo.

Quante volte guardando le inchieste di Report, leggendo le statistiche sulla criminalità o assistendo a dibattiti politici dove da anni si dicono le stesse cose, quante volte dicevo, mi sono chiesto, ci siamo chiesti: “Ma io posso davvero fare qualcosa per cercare di migliorare almeno un po’ la situazione? E se la risposta è sì, che cosa posso fare?”

Ebbene, ecco una cosa concreta che posso fare: leggere, leggere di più o leggere meglio. E poi commentare e cercare di diffondere il più possibile il mio pensiero su ciò che ho letto, contribuire alla circolazione delle idee.

In fondo è quello che ho sempre fatto e questo un po’ mi consola e un po’ alleggerisce quella pesantezza d’animo che mi prende certe volte. Ora so cosa posso fare.

Saviano parla dell’omertà. Una volta c’era un certo tipo di omertà e consisteva nel non vedere o semplicemente nel dire di non aver visto ( la paura in tanti casi può anche portare a questo ).

Ora i tempi sono cambiati. L’omertà di oggi ha un’altra forma, che se vogliamo è ancora peggiore: oggi l’omertà è non voler sapere.

Per giudicare un governo ti devi chiedere se sei felice.

Anna Politkovskaja era pericolosa perché aveva portato la guerra della Cecenia fuori dalla Russia. I fatti della Cecenia erano diventati argomento da discutere a Londra, a Washington, a Parigi e in tutti i paesi del mondo.

Si dice sia stata uccisa perché stava facendo un’inchiesta su Beslan; in realtà questo può anche essere stato l’elemento scatenante, ma probabilmente sarebbe stata solo questione di tempo. Anna aveva diffuso informazioni sulla vita quotidiana della gente, aveva parlato e detto che la gente non era felice. Questo l’ha resa veramente pericolosa e non un’inchiesta che un qualunque governo poteva cercare di smontare in mille altri modi.

Solitamente dopo un programma come quello di stasera me ne sarei andato a dormire con il solita sensazione di rabbia impotente. Invece ne sono uscito rinfrancato. Diciamo che ho individuato un mio modo per lottare. Le manifestazioni…le proteste…quelle sono cose alle quali non mi sento legato.

La mia generazione ha vissuto l’adolescenza in un momento storico di passaggio tra le contestazioni e i problemi economico ambientali. Gli anni ottanta sono stati il decennio del non impegno e del falso apparire. Questi ultimi due aspetti stano caratterizzando anche il periodo attuale e allora bisogna fare qualcosa.

Il mio impegno sarà quindi quello di cercare di leggere ogni mese un libro di qualche autore,  presente o passato non importa, che si sia impegnato in questa attività di testimonianza.

Non intendo dire il genere di libri tipo “La casta” o similari, ma romanzi, racconti o altre opere del genere.

A tal proposito cito alcuni titoli segnalati proprio da Saviano nell’ultima parte del programma:

Reinaldo Arenas – Prima che sia notte

Danilo Dolci – Racconti siciliani

Varlam Shalamov – I racconti di Kolyma

Vasilij Grossman – Vita e destino

Federico Garcia Lorca

Saviano dice che dopo aver letto “Vita e destino” nessuno può più dire di non sapere. Dopo questo libro tutti sono stati in un gulag a cinquanta gradi sottozero.

Ecco come viene combattuto quel nuovo tipo di omertà: basta che ci sia qualcuno, anche uno solo,  che scrive cosa accade e poi tanti, tantissimi devono leggere e parlare di ciò che è stato scritto.

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6 commenti

Archiviato in pensieri, politica

6 risposte a “Roberto Saviano – La Bellezza e l’Inferno – Raitre 11 novembre 2009

  1. isa

    “Ma io posso davvero fare qualcosa per cercare di migliorare almeno un po’ la situazione? E se la risposta è sì, che cosa posso fare?”
    Ebbene, ecco una cosa concreta che posso fare: leggere, leggere di più o leggere meglio. E poi commentare e cercare di diffondere il più possibile il mio pensiero su ciò che ho letto, contribuire alla circolazione delle idee.
    Solitamente dopo un programma come quello di stasera me ne sarei andato a dormire con il solita sensazione di rabbia impotente. Invece ne sono uscito rinfrancato. Diciamo che ho individuato un mio modo per lottare. Le manifestazioni…le proteste…quelle sono cose alle quali non mi sento legato.
    Ognuno può con piccoli gesti, vivendo onestamente, nella legalità, perseguire l’idea di giustizia e libertà; con la voce non necessariamente urlata, ma con la parola, cosciente e consapevole del mondo circostante, informare e rendere partecipe chi ignora affinchè possa poi segliere di continuare o nell’ignoranza o perseguire la conoscenza e la comunicazione condivisa.

  2. anche io sono rimasta entusiasta della visione di ieri sera. è importante la sottolineatura che Saviano ha fatto e tu, riportandola, hai condiviso della differenza che c’è tra la testimonianza e la letteratura. La parola che si fa arte e quindi non passa, e quindi comunica oltre anche gli intenti dello scrittore, una parola che continua a parlare.

  3. fiorella

    Mi sono informata su Ken Saro WiWa, ho letto i suoi versi, ho comprato Zosaboy ed ho raccontato la sua storia ai miei figli, nipoti ed amici. Mi impegno a fare altrettanto per gli altri libri consigliati da Saviano

  4. Gian Luca

    Normalmente pure a me, dopo aver visto trasmissioni del genere, succedeva di andare a letto
    incazzato nero,e pure a me questa volta non e’ capitato!Certo sono rimasto indignato ma il raccontare di Saviano mi ha dato carica,energia, e convinzione che CONDIVIDERE queste storie sia di grande potenza e che aiuti molto a lottare questo schifo!CONDIVIDERE e’ una parola magica…e’ la chiave…!!!

  5. noi possiamo parlare, leggere, raccontare, sprattutto non dimenticare.
    e poi, nel nostro piccolo, possiamo scrivere: come hai fatto tu, come ha fatto dreca, come ho fatto anche io e come hanno fatto tanti altri.

    voglio ricordare, tra gli autori citati da Saviano, anche Nazim Hikmet e le sue splendide poesie d’amore.

  6. Pingback: Tibet – Perchè non se ne parla? « ENTUSIASMI…repressi e non…

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