Il Simbolo Perduto – Dan Brown

Il simbolo perdutoIl commento a questo libro deve forzatamente dividersi secondo due aspetti.
Il primo riguarda la tipologia del racconto, il secondo le modalità della scrittura e il contesto della vicenda.
Parlarne è esattamente come cercare di commentare un film della saga di Indiana Jones, dipende dalle aspettative che si hanno e da come ne si affronta la lettura.
La vicenda è strapiena di colpi di scena, di azione, di salvataggi in extremis, nonché di citazioni ed interpretazioni di opere d’arte.
Ho trovato tutto quanto molto simile al “Codice da Vinci”, del quale è un vero e proprio sequel.
Leggere un libro come questo può piacere perché ogni volta che uno dei protagonisti si trova di fronte ad un enigma, si può andare sulla rete per vedere immediatamente l’opera d’arte o la costruzione della quale si sta parlando e magari leggersi anche qualche notizia su wikipedia o farsi un veloce virtual tour, per poi tornare alla vicenda avendo imparato qualcosa di nuovo e considerare il tutto come vere note a piè di pagina scritte dall’autore.
Detto questo, il racconto è davvero senza un attimo di sosta, i momenti nei quali tutto sembra perduto o viceversa tutto sembra risolto, sono numerosi. Quando infine si arriva ad una conclusione, ci si aspetta da un momento all’altro l’ennesimo colpo di scena, cosa  che solamente l’esiguo spessore delle poche pagine rimaste rende improbabile…ma non impossibile.
Se avessi letto questo libro una quindicina di anni fa ( anche qualcosa di più ) mi sarebbe piaciuto molto, ragion per cui se l’attenzione si concentra su questi aspetti allora è un libro che mi sento di consigliare.
Oggi invece, dopo centinaia di libri e di film, preferisco meno spettacolarità e più realtà, meno colpi di scena ma anche meno cose improbabili.
L’elenco delle cose che non mi sono piaciute sarebbe abbastanza lungo, ma fatti alcuni esempi, le altre possono considerarsi ripetizioni.
Comincio dicendo che la vicenda è ambientata a Washington.
A Washington nel pieno del terzo millennio dopo gli attentati dell’11 settembre, non esiste che si debbano leggere cose del  tipo che il responsabile del servizio di sicurezza del Campidoglio, dopo aver individuato un personaggio pericoloso sul sistema di sorveglianza a circuito chiuso, retrocede tecnologicamente di decenni e si lancia in un solitario inseguimento a vista perdendone subito le tracce.
Così come non ci sta che un caposquadra della CIA “in servizio da molto tempo in città“, entrando in una stazione della metropolitana in pieno centro, rimanga sorpreso dalle dimensioni: è più grande di quello che si aspettava. Non solo, deve addirittura anche consultare la pianta appesa al muro per sapere da quale linea sta arrivando il treno che deve intercettare. Mi pareva si stesse parlando di un caposquadra della CIA non di un turista…
Il caso di un poliziotto mandato dal 911 a controllare un’abitazione che, subito dopo aver comunicato il falso allarme, nota qualcosa e va a vedere senza riaprire la chiamata diventando così una vittima che per qualche tempo nessuno cercherà, mi ha ricordato i vecchi film horror dei primi anni 80 ( venerdì 13, la casa, halloween ecc. ).
Gli agenti in servizio ai posti di controllo che si distraggono e abbassano il livello di guardia perché c’è una partita in televisione sono un altro esempio di revival cinematografico.
Questi e tanti altri esempi di sicurezza non applicata rendono le cose inverosimili secondo la realtà odierna.
Nel racconto i protagonisti alternano momenti di genio ad altri di stupidità assoluta, nello specifico Robert Langdon davanti ad ogni enigma veste i panni dello scettico o dell’incompetente, a volte sembra un sub-professore piuttosto che un esperto di codici cifrati. Poi qualcuno gli dà un’imbeccata ed ecco subito la trasformazione del sub-professor Robert ( Dott.Jeckyll ) Langdon ( eh?  ma come?  tutto ciò è inverosimile … ) nel grande esperto Robert ( Mr.Hyde ) Langdon ( ma certo! è tutto così chiaro! ).
O forse come esempio erano più calzanti Clark Kent e Superman?
In ogni caso questa è la falsariga: prima ci sono dubbi sulla realtà dell’enigma, poi dubbi sulla possibilità di risolverlo e infine c’è la soluzione dell’enigma stesso secondo uno schema troppe volte ripetuto che alla lunga toglie pathos.
Un terzo indicatore del poco realismo è dato dal fatto che tutta la vicenda si svolge in una decina di ore e comincia con l’amputazione della mano destra di Peter Solomon, il caro amico di Langdon. Nonostante questo, Peter Solomon dopo una decina di ore se ne gira bello e beato con il suo moncherino a fare da guida all’amico, il tutto dopo che entrambi hanno trascorso una nottata sottoposti a prove fisiche che li hanno portati al limite della morte e anche qualcosa oltre.
Magari la medicina fosse arrivata a questi livelli.
In conclusione devo dire che per quanto riguarda il mio giudizio, la seconda parte ha un peso notevolmente maggiore rispetto alla prima e quindi, anche in ragione del prezzo importante per un libro di puro intrattenimento di ben 24 euro, consiglio vivamente di aspettare l’uscita dell’edizione economica o in alternativa di prenderlo in biblioteca.
Una nota finale sulla traduzione: ho letto in un forum che qualcuno sostiene che la versione italiana non rende onore a quella originale più coinvolgente.
Di sicuro il mio bassissimo livello di conoscenza della lingua inglese non mi mette in grado di verificare questa cosa, però devo dire che poliziotti di strada americani chiamati “vigili” non l’avevo mai visto; inoltre credo si potesse fare a meno di italianizzare Francis Bacon in Francesco Bacone. Sul resto non metto parola.

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