Riflessioni su libri musica cinema

pensatoreMi capita spesso di pensare se i miei gusti e le mie preferenze siano condizionati o meno. Non intendo condizionati da fattori esterni, ma se in qualche maniera sono io a condizionare me stesso.
Cerco di spiegarmi: quando, dopo aver letto un libro, visto un film, ascoltato un brano musicale, mi trovo a riflettere, il mio giudizio è sincero e legato solo a quella lettura, quella visione o quell’ascolto oppure sono condizionato da qualcosa?
Certamente ognuno ha la propria storia e le proprie esperienze che influenzano la vita di tutti i giorni e incidono sul modo di comunicare da e verso l’esterno. Lo ritengo ovvio. Ma non è questo il punto.Prima dell’uscita di un album di un personaggio importante, come ad esempio Vasco o Ligabue giusto per rimanere in Italia, quanti giudizi siamo in grado di preventivare? Il fatto che dopo il primo ascolto un fan dica che l’album è “bello”, “bellissimo” oppure solo in casi estremi “particolare, bisogna ascoltarlo più volte” è quanto di più prevedibile. In rari casi è capitato di sentire giudizi così così, ma per tanti personaggi arrivati ad un certo livello, il rischio di prendere una cantonata con i propri fans si riduce, insomma si vive un pò di rendita.
Le mie riflessioni però riguardano me stesso e l’esempio era solamente per introdurre l’argomento.
Quanto capitano i momenti di riflessione, uno dei pensieri ricorrenti è il dubbio se un certo libro mi sia piaciuto indipendentemente dal resto oppure se, essendo già condizionato da qualcosa, il giudizio sarebbe stato positivo in ogni caso, fatto salvo orrori evidenti.
L’ideale sarebbe riuscire ad avere una sorta di purezza ogni volta che si affronta un qualcosa di nuovo. In questo modo si avrebbe la garanzia che il giudizio espresso dipende esclusivamente da ciò che è stato affrontato. In realtà però questo non è possibile.
Nella mia piccola libreria virtuale su anobii mi preoccupo di inserire le recensioni dei libri terminati. La mia prerogativa è quella di non scrivere mai cose che possano svelare la trama, ma concentrare il mio commento sulle emozioni e sugli stati d’animo vissuti durante la lettura del libro in questione. Titolo dopo titolo e recensione dopo recensione, mi sono accorto che a volte, non saprei in verità dire quante, le mie emozioni sono state esattamente quelle previste. Ragion per cui, estremizzando il concetto, sarei stato in grado di scrivere la stessa recensione anche prima di leggere il libro o addirittura senza leggerlo.
Perché questo? Da cosa dipende? Da quello che ho letto sull’autore? Dal fatto che abbia un punto di vista delle cose in cui mi rispecchio? Oppure perché il mio stato d’animo ha avuto parte importante nel fatto che abbia deciso di leggere in un certo momento proprio quel libro e quindi siccome niente avviene per caso, ecco svelato il motivo.
Quando ho visto il film “Into the Wild”, ero a conoscenza più o meno il finale, ma non avevo nessuna idea di come fosse la storia.
Per me è stata una fulminazione vedere Chris (Alex) che lascia tutto per seguire la propria strada alla ricerca del proprio sogno, ma in molti non hanno afferrato questa cosa e si sono concentrati su altri aspetti come il rapporto difficile verso i genitori, l’egoismo, ecc. ecc. arrivando a giudizi completamente diversi dal mio. Quando ho letto il libro “Nelle terre estreme” di Jon Krakauer ho trovato conferma che le mie emozioni erano in linea con quelle dell’autore. Probabilmente in questo caso, essendo il mio un coinvolgimento importante, se non ci fosse stata una buona sincronia tra attesa e risultato, il giudizio sarebbe stato diverso.
Invece come sarebbe andata in caso di differenza solamente lieve? Sarei rimasto sulle mie posizioni o avrei fatto una critica peggiore?
Se ho già letto tre libri dello stesso autore dando sempre giudizi più che positivi, quanto deve “non piacermi” il quarto per giudicarlo come se fosse la mia unica lettura? E se scrivo che non era all’altezza degli altri, perché invece non dico che ha semplicemente fatto schifo?
So bene che la questione non ha una risposta, o meglio so che ne ha tante e diverse tra loro.
So anche che il discorso si può estendere a tutta la vita e a tutte le relazioni. Quanto mi piace il mio lavoro? E se mi piace è perché lo sento mio oppure lo sento mio perché mi piace? La mia compagna mi piace così tanto e quindi sto con lei oppure un pò mi piace anche perché sto con lei?
Da un paio di anni frequento il Trieste Film Festival, rassegna dedicata al cinema dell’Europa dell’est. Vado e assisto a proiezioni di film, documentari, cortometraggi. Quando un’opera è in concorso partecipo alle votazioni. Insomma mi piace molto sia il Festival che tutto il contesto nel suo insieme. Poi torno a casa e dopo qualche mese riprendo in mano i cataloghi delle vecchie edizioni e mi annoto un po’ di nomi e di titoli, in maniera da poter registrare qualche film quando capita l’occasione.
Normalmente rimango abbastanza deluso da ciò che vedo in casa. E di nuovo mi chiedo: certamente non si può paragonare la proiezione di un film in sala, con la visione dello stesso sulla tv del salotto, ma quanta parte della buona/ottima impressione avuta in sala è frutto solo della pellicola e quanto io fossi predisposto psicologicamente ad apprezzarla?
Un modo diverso per formulare lo stesso dubbio.
Non che questo mi crei grossi problemi, intendiamoci. E’ solo per dire…
Probabilmente ciò è dovuto al fatto che per istinto mi viene naturale portare l’attenzione sui dubbi e sulle incertezze, ma è solo il mio modo per cercare di migliorare le cose. Trovo inutile e controproducente concentrare l’attenzione esclusivamente sui lati positivi di qualunque cosa, si rischia di tralasciare le cose negative che cominciano sempre da piccole se non  piccolissime, per poi ingrandirsi fino a creare problemi se ignorate per troppo tempo.
Intanto mi appresto a recarmi in libreria per comprare “Il Quaderno” di José Saramago del quale ho appena letto un’intervista. So già che mi piacerà, ma non chiedetemi il perché, non sono sicuro di saper rispondere, probabilmente dovrei ricominciare daccapo.

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