Debora Serracchiani – Il Coraggio che Manca

Debora Serracchiani

La situazione attuale del nostro Paese e in particolare le vicende politiche degli ultimi mesi, mi hanno fatto prestare attenzione alle novità che si stanno affacciando sulla scena politica.

Dalle prime pagine del libro qui in esame riporto: “Le scelte che cambiano concretamente la vita dei cittadini – dal marciapiede nuovo allo stanziamento di fondi per costruire un ospedale… – sono tutte scelte della politica.” Ecco pertanto il motivo per il quale dire ‘la politica a me non interessa’ è sbagliato.

Il personaggio più sorprendente è senza dubbio Debora Serracchiani. La prima volta che l’ho vista e sentita parlare è stato quando dal palco dell’assemblea dei circoli romani, subito dopo le dimissioni di Veltroni, si è rivolta alla platea del PD e ha, finalmente dico io, elencato quali sono stati fino ad ora i problemi interni che il partito non è stato in grado (o non ha voluto) risolvere.

La pubblicazione del libro “Il coraggio di cambiare” è venuta a seguito della sua elezione al parlamento europeo.

Ovviamente il libro l’ho letto e qui intendo riportare le mie impressioni.

La parte più apprezzabile del suo pensiero è quella nella quale critica la mancanza di decisioni. A differenza della maggioranza dei dirigenti del partito, lei si concentra sui problemi interni.

Il suo richiamo a problemi mai risolti come ad esempio una legge sul conflitto d’interessi non fatta quando si era al governo, la mancata indicazione di una linea del partito in tante occasioni, quando invece ogni dirigente parlava per sé, la poca difesa del segretario da parte della dirigenza e il poco coraggio del segretario nel prendere posizioni forti anche scontentando qualche corrente interna, sono le cose che me la fanno piacere; altre invece mi preoccupano un pò. Vediamo di fare un’analisi più attenta.

Aspetti positivi: la nostra amica Debora dice con forza che il partito e il segretario in primis, deve prendere una posizione chiara su ogni argomento.

Qualunque sia l’oggetto di discussione, il segretario ha il compito di farsi portavoce della linea del partito. A questa linea si deve giungere passando anche attraverso discussioni pesanti se necessario, ma è fondamentale che il partito dia indicazioni chiare sempre. Su certi argomenti particolarmente delicati tipo il caso Englaro, si può lasciare ognuno alla propria coscienza, ma il partito deve comunque fornire alla gente una propria linea.

In tutti gli altri casi non deve essere permesso ai dirigenti di chiamarsi fuori e di criticare le posizioni del segretario. Proprio qui sta il problema: il segretario deve arrivare a dire come la pensa il partito, fino ad ora ha detto come la pensava lui e gli altri dirigenti facevano lo stesso, col risultato di delegittimarlo agli occhi della gente.

Il segretario deve prendere decisioni anche drastiche, quando si arriva ad una linea; quella deve essere difesa anche dalla dirigenza, pena il richiamo e se necessario anche l’esclusione dal partito.

Chi vuole stare nel PD si deve adeguare alle decisioni della maggioranza della dirigenza , non deve essere consentito ai singoli dirigenti di portare avanti pensieri in opposizione o fare dei distinguo, solo così il partito sarà credibile agli occhi della gente.

Questo apre le porte a tutta una serie di rischi: fino ad oggi la realtà non è stata pronta a sopportare queste prove di forza. Il pericolo è che al primo pugno sul tavolo si possa frantumare il tavolo stesso. Negli ultimi anni all’interno della sinistra ci sono state rotture e scissioni ad ogni nodo da risolvere: pensiamo alla spaccatura tra Rifondazione Comunista e Comunisti Italiani per arrivare fino alla non partecipazione di Mussi e compagnia al progetto PD. “Fatti loro!” si potrebbe pensare, ma è un pensiero troppo superficiale e semplicistico.

Pensiamo all’eventualità che un personaggio come D’Alema o Parisi o Rutelli (ma il discorso vale anche per tutti gli altri) venga messo di fronte ad una situazione senza uscita, dove ci si adegua al segretario rinunciando a far sentire la propria voce oppure si esce dal partito. Se per difendere il proprio prestigio ci si “appella al diritto di rappresentare i propri elettori” e si decide di non sottostare a quella che dovrebbe essere la linea di partito e richiamando il diritto democratico di fare sentire la propria opinione, si esce dal partito, quanta parte del partito stesso li seguirà verso l’uscita? Ciò che rimane dopo questa scissione diventa più forte o si indebolisce? Forse coloro che saranno rimasti avranno la convinzione di un partito rafforzato, ma quel partito da solo non potrà andare da nessuna parte, dovrà sempre cercare di accordarsi con quelli che ne sono fuoriusciti, se vorrà avere pretese elettorali. Altrimenti continuerà la storia della sinistra italiana che dall’avvento di Berlusconi ogni volta che è stata al governo non è mai riuscita a prendere decisioni comuni, con il doppio risultato di sfaldarsi e di riconsegnare il Paese ad un Berlusconi più forte che mai.

Il più contento è proprio lui che fino ad oggi sa che anche perdendo le elezioni, entro un paio d’anni gli vengono ricaricate le batterie e gli viene riconsegnato il giocattolo per farne ciò che vuole.

Siamo sicuri che i nostri dirigenti siano veramente disposti a fare un passo indietro come persone per il bene del partito come dicono da sempre?

Personalmente ci credo poco e il timore è che il tutto si sfaldi.

Intanto c’è da parlare della parte del libro dove viene raccontato che dopo l’intervento della Serracchiani, tutti i giornalisti volevano parlare con lei, mentre dal partito non si è fatto vivo nessuno per diversi giorni. Cara Debora, hai forse messo la mano nel torbido?

Vogliamo pensare bene e diciamo che la tua candidatura a sorpresa alle elezioni europee sia una conseguenza logica, un passo in avanti in una crescita politica lineare. Vogliamo pensare male e diciamo che siccome cominciavi a dare un po’ fastidio, allora ti hanno spedito a Bruxelles così te ne stai un po’ più lontana.

Aspetti negativi: nel libro si racconta la crescita politica della Serracchiani e capita più di una volta di leggere di problemi prettamente politici che ha dovuto sopportare. Il caso del silenzio dei dirigenti appena ricordato è solo uno di questi. Nonostante tutto, più volte viene espresso l’amore per il partito.

Più volte viene usata l’espressione “una politica con la P maiuscola” oppure “un partito che torni a parlare alla gente”.

Ricordo le stesse identiche parole usate ad esempio da De Mita negli anni ottanta e questo francamente mi preoccupa molto.

Mi preoccupa il fatto che si parta da idee precise e prese di posizione anche dure e nello stesso tempo nel libro si parli anche tanto dell’amore verso il partito.

Cara Debora, visto che nel partito ci sono alcuni personaggi storici che in caso di scontro si sono sempre rivelati fortissimi, spero che questo tuo amore dichiarato nei confronti del partito non ti faccia retrocedere troppo dalle tue posizioni, perché al punto in cui siamo arrivati oggi il compromesso può solamente servire a non cambiare nulla neanche questa volta.

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